1. Da Gerusalemme a Roma

    23 Gennaio 2015 by Rettore

    Le varie tappe del Volto Santo
    prima del suo arrivo a Roma
    di P. Heinrich Pfeiffer

    Prendendo le mosse dalla perfetta sovrapponibilità del volto della Sindone con il volto di Manoppello, si è indotti ad ammettere che sia l’immagine sul velo che quella sulla Sindone si siano formate nello stesso tempo.

    Hagia Sophia

    Hagia Sophia

    Ora non c’è altra possibilità di spiegazione delle tracce sulla Sindone, che fanno intravedere il corpo di un uomo crocifisso e morto secondo il racconto dei Vangeli, che non quella di ammettere che queste tracce si siano formate durante il soggiorno di questo corpo nella tomba. Allora anche il Volto Santo di Manoppello si è formato nella tomba di Gesù a Gerusalemme quando esso fu posto con tutta probabilità in fretta sopra la Sindone. Sul sottilissimo sudario con la finissima immagine, conservata oggi nel Santuario presso Manoppello, ritrovato nella tomba ormai vuota nella mattina di Pasqua, possiamo fare due ipotesi. La prima suppone che lo abbia avuto la Madre Maria, cui spettava quasi di diritto; lei, così possiamo pensare, lo portò con sé. Da lei sarebbe passato a Giovanni, quindi prima ad Efeso e poi in qualche altra località dell’Asia Minore. Oppure, seconda ipotesi, sarebbe rimasto unito alla Sindone, separato da essa in un tempo molto posteriore come io ho opinato nel mio libro “Das echte Christusbild”, del 1991. Se si segue la seconda ipotesi, allora, come scrive Giorgio Cedreno, nel 574 un’icona “acheiropoietos” viene trasportata da Camulia in Cappadocia a Costantinopoli. È un oggetto talmente simile che potrebbe trattarsi con grande probabilità dello stesso Velo che si conserva oggi nel Santuario abruzzese. Rimase a Costantinopoli fino al 705, quando l’immagine di Camulia sparì dalla capitale dell’Impero. L’immagine di Camulia è il primo oggetto che viene definita “acheiropoietos”, cioè non fatta da mani umane. In una poesia di lode del poeta Teofilatto Simocatta, scritta per la vittoria delle truppe bizantine nella battaglia presso il fiume Arzamon (586), ottenuta per la presenza dell’immagine, la descrive come “non dipinta, non tessuta, ma prodotta con arte divina”. Giorgio Piside lo chiama “prototipo scritto da Dio”. Ancora dopo la sparizione dell’immagine, Teofane (758-818) afferma che nessuna mano avrebbe disegnato quest’immagine, ma “la Parola creativa e formante tutte le cose ha prodotta la forma” di questa figura divino-umana. Tutte queste descrizioni dei poeti e storiografi bizantini si possono giustificare solo per la presenza di un unico oggetto: il Volto Santo di Manoppello. Anch’esso, come prima impressione, sembra essere una pittura, ma quando si esamina meglio, si scarta subito questa ipotesi. Allora essa potrebbe essere stata prodotta con la tecnica della tessitura, ma anche questa tesi non regge.

    Viaggio del Volto Santo

    Viaggio del Volto Santo

    Così si comprende la descrizione “non dipinta, non tessuta” dei poeti bizantini. Per una immagine come quella di Manoppello, che è totalmente trasparente e sparisce quasi del tutto quando viene posta contro il cielo, si deve escludere qualsiasi tecnica conosciuta per la produzione di un’opera artistica. L’immagine di Camulia, la prima “acheiropoietos” non sarebbe solo sparita da Costantinopoli, ma si sarebbe incamminata, via mare, verso la vecchia capitale dell’Impero, Roma. La gente a Costantinopoli raccontava che il Patriarca Germano avrebbe affidato l’immagine di Cristo alle onde del mare agli inizi dell’iconoclastia ed essa sarebbe giunta a Roma nel tempo del Papa Gregorio II.

    Capella Sancta Sanctorum

    Capella Sancta Sanctorum

    A Roma si parla di una “Acheropsita” che il Papa Stefano II avrebbe portato in processione quando il re longobardo Aistulfo assedia la città nel 753. Questa “Acheropsita” è il Volto Santo della Cappella Sancta Sanctorum del Palazzo lateranense dei Papi. È una icona sul cui volto si trovava incollata una tela dipinta con il volto di Cristo.

    L’ipotesi più attendibile è che il primo velo incollato fu proprio il Volto Santo di Manoppello. Non si poteva escogitare un miglior nascondiglio per un’immagine su un velo che sovrapporla ad un’icona. Così l’imperatore bizantino non avrebbe potuto mai scoprire il furto della sua “acheiropoietos” ed essa poteva sempre essere venerata nella liturgia pontificia. Quando gli imperatori bizantini persero pian piano il loro potere e il loro influsso sull’Italia, il Velo poté essere staccato di nuovo dalla sua icona, essere sostituito da un velo dipinto e trasportato nella cappella in San Pietro che il Papa Giovanni VII aveva fatto erigere poco dopo che l’immagine di Camulia sparì da Costantinopoli. Il primo Papa che non dovette più temere il potere dell’imperatore bizantino fu Innocenzo III. Egli promosse per la prima volta il culto e la venerazione del velo con l’immagine di Cristo, e questa volta il Velo fu chiamato “Veronica”, la vera icona di Cristo. Il titolo “Volto Santo” rimase all’icona lateranense.

    Questa è la storia più probabile del Volto Santo di Manoppello secondo le nostre conoscenze dei documenti e delle immagini acheropite. Rimane una questione aperta: come e quando i panni funebri, la Sindone e il velo di Manoppello, furono divisi. Come Mandilion di Edessa, la Sindone ha avuto il suo proprio percorso con il trasporto a Costantinopoli nel 944, il suo temporaneo smarrimento sin dalla crociata latina del 1204, e il suo riemergere dal buio dei tempi a Lirey, nella metà del Trecento.

    Antica Bssilica di S. Pietro

    Antica Bssilica di S. Pietro

    Il Volto Santo ha fatto il suo viaggio che noi abbiamo cercato di ricostruire da Gerusalemme a Efeso, da Efeso a Camulia in Cappadocia, da Camulia a Costantinopoli, da Costantinopoli alla Cappella Sancta Sanctorum del palazzo lateranense, da qui alla Cappella della Veronica in San Pietro in Vaticano, infine al Santuario di Manoppello. Durante questi viaggi lo stesso oggetto, sempre secondo la nostra ipotesi, ha cambiato nome diverse volte: da immagine “acheiropoietos” di Camulia, a “prototypos”, a “acheropsita” e “Volto Santo” della Cappella Sancta Sanctorum, a “Veronica” e finalmente di nuovo a “Volto Santo” in Manoppello. Questo percorso è una fondata ipotesi; l’identità del Volto Santo di Manoppello con la Veronica romana, però, è certezza.


  2. Paranormalogy and the Holy Face

    3 Novembre 2015 by Tonino

    P. Andreas Resch (*)

    Paranormalogy means to study all those phenomena passing all bounds of the possibility of scientific researches with their peculiarities to be repeated and controlled by statistics.
    So the Holy Face of Manoppello forms part of my researches as the Image remained impressed on the Veil in such a way as not to be explained scientifically. Reading P. Pfeiffer âs book I knew for the first time his researches regarding the Holy Face I had never heard of it.
    This reading affected me deeply, because it consists in a very important historical and scientific research. To this discovery we must add the demonstration of Sister Blandina and her sensational superimposition of the two Faces with the definition of the reference-points and this is not a theory or a legend but an empirical method and also a scientific, mathematical and physical research carried on scrupulously to demonstrate the concordance of these points on the two Relics.(*) Superimposed, the Image of the Holy Shroud of Turin (Jesus Christ crucified) tallies perfectly with the Holy Face of Manoppello (Jesus Christ who rose again from the dead).
    Moreover we must add other extraordinarily interesting matter, i.e. the concordance of the Face on the Veil of Manoppello with the ones represented on the icons.
    Using the computer we could demonstrate that superimposing the Veil of Manoppello to the oriental Images of Jesus Christ we obtain a statistical concordance between 95 and 100%, that is a very high percentage on a scientific level and an irrefutable evidence that it is not a casual phenomenon happened beyond the bounds of probability.
    We can give only one explication of the perfect superimposition: the Veil of Manoppello and the Holy Shroud of Turin were in the same place.
    According to the terms of paranormalogy we could affirm that the two Relics were put together on Jesus Christ’s Face and the Sudarium on the Shroud, as Prof. Pfeiffer declares .
    In support of this theory we have, moreover, the photographic technique demonstrating that the two cloths were superimposed when the Images formed, otherwise the perfect superimposition should be impossible. Therefore the phenomenon is inexplicable in terms of paranormalogy while the explication is only scientific.
    The Holy Face of Manoppello was certainly the model of the eastern and western iconography up to the XIV century and nowadays we can declare that the result of the scientific researches of Father Pfeiffer and Sister Blandina could be a considerable support of the real authenticity of the Holy Shroud of Turin.
    The Holy Face of Manoppello represents the most tangible and extraordinary of all my researches, first of all because I could prove mathematically the real equality of the two Relics and now it would be very helpful to examine also the original frame kept in St.Peters Treasure in Rome which could give another evidence of the authenticity of the Relic to ascertain definitively that the Holy Face of Manoppello is the same Roman Veronica.

    (*) Prof. Resch was till last year professor of paranormalogy in the Alfonsiana Academy of the Lateran University, where he taught â Ethics and Paranormalogyâ. At present Father Redemptorist A. Resch is realizing a study on paranormalogy financed by the European Union. He is also publisher of scientific reviews.

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    linteamina posita et sudarium, quod fuerat super caput eius …(Evangelium secundum Ioannem 20 – 6/7)

    The iconographer B. Pascalis Shlòmer demonstrates that the Holy Face of Manoppello (sudarium) and Holy Shroud of Turin (linteamina) are the same Image of the Redeemer who rose again from the dead. “Christum pati et resurgere a mortuis die tertiaâ” (Evangelium Secundum Lucam 24:46)

     

    Veronica’s monstrance in Rome – ed. Mirabilia 1475

    Prof. Heinrich Pfeifferaffirms that the Holy Face of Manoppello is the “Veronica” guarded in St. Peter’s in Rome till 1506, the same we capuchin friars have been venerating from that time in our Sanctuary.


  3. La Paranormalogia incontra il Volto Santo

    by Tonino

    Intervista a P. Andreas Resch
    di Valentina Donatelli

    Storia dell’arte, fotografia, storia della cultura e della religione, teologia.
    Il Volto Santo non è solo oggetto di studio nell’ambito di discipline tradizionali, ma diventa argomento d’interesse della giovane branca di studio della paranormalogia.
    Qui di seguito pubblichiamo l’intervista rilasciata dal Prof. Andreas Resch in occasione di una recente visita a Manoppello.
    Il Prof. Resch fino allo scorso anno è stato professore di Paranormalogia presso l’Accademia Alfonsiana della Pontificia Università Lateranense, dove ha tenuto un corso di “Etica e Paranormalogia”. La sua attività di insegnamento e di ricerca si affianca a quella editoriale, con la direzione di due riviste scientifiche (“Institut für Grenzgebiete der Wissenschaft” – Istituto delle frontiere della scienza – e “Ethik, Wissenschaft und Verantwortlichkeit” – Etica, scienza e responsabilità) collegate alla Leopold-Franzens-Universität di Innsbruck, e della casa editrice Resch Verlag, che l’anno scorso ha pubblicato il saggio di Suor Blandina Paschalis Schlömer Der Schleier von Manoppello und das Grabtuch von Turin (Il Velo di Manoppello e la Sindone di Torino). In fase di pubblicazione per la Resch Verlag tre volumi sui miracoli e cinque volumi agiografici sui beati canonizzati da Papa Giovanni Paolo II. Attualmente il professore e padre redentorista è impegnato nella realizzazione di uno studio sulla paranormalogia finanziato dall’Unione Europea.

    Professor Resch può spiegarci il significato del termine ‘paranormalogia’?
    Con il termine ‘paranormalogia’ definisco tutti quei fenomeni che sono al limite della possibilità della ricerca scientifica, intesa nelle sue caratteristiche della ripetitività e della statistica. In questo senso anche il Volto Santo di Manoppello rientra nel campo della mia ricerca, dal momento che il modo in cui l’immagine si è impressa sul velo si colloca al di fuori della spiegazione scientifica.

    Come è venuto a conoscenza degli studi sul Volto Santo effettuati dal Professor Heinrich Pfeiffer?
    Leggendo il libro di Padre Pfeiffer, che ho recensito per le due riviste che dirigo. All’epoca non sapevo ancora niente sul Volto Santo di Manoppello, non lo avevo mai sentito nominare. La lettura del libro di Pfeiffer mi ha molto impressionato, perché avevo dinanzi a me uno studio di fondamentale importanza dal punto di vista storico-scientifico. A questa scoperta poi si è aggiunta quella delle ricerche di Suor Blandina Paschalis Schlömer e della sua sensazionale sovrapposizione dei due volti, Volto Santo e Sindone di Torino, con la definizione dei famosi punti di concordanza. A questo proposito vorrei chiarire che qui ci troviamo di fronte ad un fatto matematico nell’ambito della paranormalogia. Non stiamo parlando di una teoria o di una leggenda, ma di un metodo empirico, scientifico, matematico, fisico, seguito passo passo per dimostrare la concordanza di questi punti sulle due reliquie. A ciò bisogna aggiungere l’altro elemento di straordinario interesse che è la concordanza del volto sul velo di Manoppello con quello rappresentato sulle icone. Con l’aiuto del computer abbiamo potuto dimostrare che sovrapponendo il velo di Manoppello alle immagini delle icone giunte fino a noi esiste una concordanza che statisticamente si attesta tra il 95 e il 100%. E’ una percentuale altissima a livello scientifico, e una prova inconfutabile che non ci riferiamo ad un fenomeno casuale, verificatosi contro ogni legge della probabilità.

    Ci pare di capire che la coincidenza tra i due volti di Manoppello e di Torino sia un fatto oggettivo, mentre è più difficile fornire una spiegazione scientifica della loro perfetta sovrapponibilità.
    L’unica spiegazione possibile è che i due teli debbano essersi trovati nello stesso posto. In termini di paranormalogia potremmo dire che le due reliquie siano state collocate insieme sul volto di Cristo, con il sudario sopra la Sindone, come sostiene il Prof. Pfeiffer. A sostegno di questa tesi inoltre c’è la tecnica fotografica, in base alla quale i due teli devono essere stati uno sull’altro, altrimenti la concordanza al centesimo di millimetro sarebbe impensabile. Quindi, a livello di paranormalogia, siamo di fronte ad un fenomeno inspiegabile; a livello scientifico, invece, la spiegazione esiste ed la concordanza al 100% tra i due volti.

    In un sua recensione al libro del Prof. Pfeiffer lei sostiene che le recenti scoperte sul Volto Santo di Manoppello mettono sotto un’altra luce la stessa Sindone. Che cosa intendeva?
    Il Volto Santo di Manoppello è stato certamente il modello dell’iconografia orientale e occidentale fino al XIV secolo: questo è stato provato matematicamente. La storia della Sindone è ancora un po’ oscura in alcuni punti. Le nuove tesi emerse dai lavori di Padre Pfeiffer e di Suor Blandina Paschalis Schlömer quindi potrebbero essere di notevole sostegno alla effettiva autenticità della Sindone.

    Quando è venuto a sapere dell’esistenza di Suor Blandina?
    In occasione di un congresso internazionale sulla paranormalogia, a cui avevo invitato anche il Prof. Pfeiffer. E’ da lui che ho sentito per la prima volta il nome della suora. Ma in quella circostanza pensai che fosse morta e non me ne interessai più. Poi due anni fa ho ricevuto una telefonata di una donna che mi chiedeva se era possibile avere una copia dell’intervento di Pfeiffer al congresso. Risposi che avevo bisogno del consenso del professore e che, se lui fosse stato d’accordo, l’avrei sicuramente accontentata. Ho scoperto solo in seguito che quella donna era Suor Blandina. Quindi l’ho contattata per sapere se aveva già pubblicato qualcosa. La sua risposta è giunta immediatamente: aveva scritto qualcosa, ma nessuna casa editrice era interessata. Allora ho deciso di aiutarla e abbiamo realizzato il libro. Suor Blandina è una donna molto meticolosa che ha sviluppato in campo artistico un nuovo metodo di sovrapposizione a cui lavora da vent’anni.

    In un recente numero di questa rivista abbiamo ampiamente scritto sul libro di Suor Blandina. Adesso vorremmo chiederle della mostra “Penuel”.
    La mostra è fatta molto bene e gli spazi sono ben organizzati. Personalmente sono dell’opinione che si dovrebbe cercare di inserire una foto più grande della sovrapposizione. La mostra rappresenta un primo tentativo di spiegare visivamente il percorso seguito da Suor Blandina Paschalis Schlömer nelle sue ricerche. In questo contesto il libro di Suor Blandina sarebbe un ottimo compendio scritto all’itinerario proposto nell’allestimento dei materiali.

    In una recente intervista suor Blandina si è espressa in favore di ulteriori analisi, ad esempio quelle al polline, sul Volto Santo di Manoppello. Lei cosa ne pensa?
    A questo proposito io mantengo la mia posizione di scienziato. E’ auspicabile che le ricerche proseguano, ma bisogna essere attenti perché c’è il rischio di distruggere qualcosa, sia pure un minimo filo. Poi bisogna considerare un’altra cosa: di recente il Vaticano non ha lasciato filmare la cornice originaria in cui veniva conservato il velo in San Pietro. A questo punto la faccenda si chiarifica: la reliquia è stata rubata oppure, seconda possibilità, è stata messa in salvo da qualcuno, e questa seconda ipotesi è più verosimile. Molto probabilmente qualcuno deve aver temuto che nel corso dei lavori di rinnovamento della basilica la reliquia andasse perduta; ma sottrarre il reliquiario sarebbe stato un gesto troppo eclatante. Poi come essa sia arrivata a Manoppello è un mistero.

    In qualità di scienziato che cosa prova dinanzi a questa reliquia?
    Il Volto Santo rappresenta il fenomeno più tangibile e straordinario di tutte le mie ricerche; innanzitutto perché ho potuto provare matematicamente l’effettiva concordanza tra le due reliquie. Adesso sarebbe utile esaminare anche la cornice originaria, custodita nel Tesoro di San Pietro, che potrebbe rappresentare un’ulteriore prova della autenticità della reliquia e, di conseguenza, che il Volto Santo è la Veronica romana. Nello steso tempo, bisognerebbe anche analizzare il velo. Per questo forse ci sarà da attendere a lungo, a causa del mancato interesse da parte della sindonologia. Il libro di suor Blandina vuole essere un primo passo verso ulteriori ricerche.


  4. Natural Colors on the Holy Face

    by Tonino

    the Work of an Artist?

    by di P. Carmine Cucinelli:

    colori naturali

    A discussion with Fr. Heinrich Pfeiffer on the recent hypothesis put forth by the photographer Roberto Falcinelli, according to whom the precious veil is possibly a work of art made in the 16th century which many believed had been lost.

    There are many theories that affirm that the Holy Face is a painting. Recently Roberto Falcinelli, a photographer and expert on the Shroud, has affirmed that we are dealing with a painting of the 1500’s by the great German painter Albert Durer or even Raphael, what do you think of this?

    : I know the basis for why Falcinelli is able to say this. But he is mistaken. He is neither the first nor will he be the last to say these things. Already the Jesuit Father Bulst, a famous expert on the Shroud from Germany, with whom I have worked, has affirmed a statement of this type. Actually I was the very one to have pointed out to him the reference to Vasari in his “Life of Raphael”. There it says that the German painter would have sent to the Urbanite (Raphael) a self-portrait, painted on both sides of a cloth so subtle that it was not possible to see that it was a painting. So in reply there are five things that should be highlighted: First we could say that we would be very proud if we possessed a heretofore unknown original of the great artist of Nuremberg. Second unfortunately it does not correspond to the characteristics of the face of the artist. Third he must have copied the Shroud of Turin. Fourth the phenomenon of the oscillation of colors is seen on the Holy Face. Fifth it is not possible to paint on fabric made of marine byssus.

    Can you explain these points in a detailed and understandable way? In particular why can’t it be a painting?

    Again we say that the Holy Face can in no way be a painting. And for a number of reasons. First, even if one could paint with the greatest perfection on both sides of a cloth, there would never be the total transparency as in the Holy Face of Manoppello. The only painting of this type that I know of is a Byzantine work of art made around the year 1000 which shows St. Vitale equally on both sides of a silk fabric. This work is found in the treasury of the Cathedral in Trieste. Second. As Sr. Blandina Pascalis Schlomer has shown that the Holy Face is able to be perfectly superimposed over the Shroud of Turin, the presumed painter, let’s say Albert Durrer, would first have had to place his cloth over the Shroud and copy onto it exactly the characteristics of the negative. One must realize that the Shroud can only be seen from a distance of at least one and half meters. So one can’t ever copy all the details that correspond element by element. In fact until now no one has ever been able to make a perfect copy of the Shroud with purely artistic means. Our presumed painter would have had to turn the cloth over and paint the other side with the same perfection. One can clearly see that this procedure was not possible for any artist, still less for one in the first or second decade of the 1500’s. Third: If one begins to look at the Face and then moves to the right or left, at a certain point one sees that the lips are pink and then this blush disappears and the lips become brown. If one shines a light diagonally from behind only a light brown can be seen in various tones, the red disappears completely. If a light shines from the front, there comes forth a more intense brown and also the red of the wounds from the crown of thorns on the temple is seen. If all this artificial illumination is taken away the colors vanish and there comes forth on the figure a light grey. All these changes can best be observed with the light of the day during the open air solemn procession in May.

    How can the changing colors be explained? If they are colors, as they appear to the eye to be, of what kind are they?

    Such oscillation of colors is only found in nature itself.

    Can you give some examples of natural coloration that changes?

    Yes, in the fish in the Caribbean Sea or in the butterflies in tropical zones, that oscillate, according to the angle of view, between blue and grey. So one must understand that in reality, in nature colors don’t exist, but rather when an object is struck by the white light, it absorbs a part of the light and reflects the complementary light, for example, it absorbs the green and reflects the red. The phenomenon of oscillation is such that as the surface of the object has various angles which are able to be seen, these reflect one or another of the colors at a different time. Therefore the threads of the fabric of the Holy Face must change either on the surface of the threads or inside them in order to permit the same phenomenon. No artist with any technique, whether known or still to be discovered, can change a fabric in this way in order to permit this phenomenon. In other words, one must distinguish the fabric from the image. The very fine fabric is a human work, the image that can be seen on it, is not. This image behaves as a phenomenon that is found in nature. This insperable combination between human work (fabric) and natural phenomenon (image) we can only call by the word “miracle”, a miracle that will last as long as the fabric does not decompose. There is still another reason that excludes any kind of painting. A fabric so fine, which is identified as marine byssus by Chiara Vigo, the only known weaver of this material, can be found only in ancient times. But marine byssus can only be “tinted”, for example through a purple dye, but one can not “paint” anything on it. The salt remaining between the threads sooner of later will cause any color to fall from the threads.

    It is said that if the color comes from watercolor, then there would not be residue or pigment left between the threads. What if the colors were watercolor?

    It doesn’t make any difference. By definition any painting technique consists of a material applied over a support, in this case a fabric. Whether such material might be between the threads or over the threads, it has yet to be found. I have not studied the fabric with a microscope but I have gone millimeter by millimeter with a lens that magnifies ten times and I have not found traces of such residue. If one might find something one could only speak of a strip of paint applied afterwards to highlight some pre-existing detail of the image.

    Falcinelli says that Vasari has perhaps confused the work of Raphael with a supposed self-portrait of Durrer and that this work of the Urbinate would be the Holy Face. Do we find ourselves on a totally mistaken trail?

    : The same difficulty remains whether it were to be the work of Durrer or the work of Raphael. The Holy Face of Manoppello corresponds much better to the thousands of paintings of Christ in both the West and the East then it does with the work of Raphael. However it is possible that there is a certain relationship between Raphael and the Roman Veronica. When Raphael, towards the end of his life, painted his Transfiguration of Christ, he certainly used the Veronica as a model for the characteristics of the face of Christ. There is a possibility, or we might say a suspicion, he even had the famous relic in his studio, by special permission of Pope Leo X. Perhaps to throw the curious off the track he made up the story that it was a self-portrait by the famous Durrer. However on this matter we can say nothing for certain. The only thing we can say is that the characteristics of the painting described by Vasari, whether in the life of Raphael, or in that of Giulio Romano, are not sufficient to identify this very fine painting with the Holy Face of Manoppello. The human mind, it seems to me, has today a great difficulty in admitting a miraculous event. So, contrary to any real possibility, one prefers to attribute the Shroud of Turin to the genius of Leonardo da Vinci, and now the Veil of Manoppello to that of Raphael, only because one does not want to confess that God has intervened in the creation of both images.


  5. From Jerusalem to Rome

    31 Ottobre 2015 by Rettore

    The various stages of the Holy Face before the arrival in Rome
    P. Heinrich Pfeiffer

    As the Face of the Holy Shroud can be perfectly superimposed to the Holy Face of Manoppello, we must admit that the two Images formed at the same time. In fact, we can realize the Image of the Holy Shroud, showing the body of a man crucified and dead according to the Gospel-truth, only by admitting its formation while the body was in the tomb. Therefore, also the Holy Face of Manoppello formed in the tomb of Jesus in Jerusalem when, very probably, the napkin was put hastily on the Shroud.

    hagiasophialast

    Hagia Sophia

     

    About the very thin Veil showing the very fine image, kept nowadays in the sanctuary of Manoppello, found in the by then empty tomb in that Easter morning, we can express two hypotheses: the first one supposes it was owned nearly by right by the Virgin Mary who maybe kept it to herself, so we can imagine. Then the Holy Face perhaps was retained by the apostle John so it was in Ephesus first, than somewhere in Asia minor. The second hypothesis supposes it remained together with the Shroud and separated long after as I opined in my book “Das echte Christusbild” written in 1991.
    Following this second supposition, as in Cedreno’s writings, in A.D. 574 an “acheiropoietos” icon was transferred from Camulia in Cappadocia to Constantinople. It is an image so similar that it is in all probability the same Veil kept nowadays in the sanctuary of Abruzzi. It remained in Constantinople till 705 when it disappeared from the capital of the empire. It is the first thing defined “ảχειροποίητος” i.e. not human hand manufactured. Teofilatto Simocatta in a praise-poetry written to celebrate the victory of the Byzantine troops in the battle near the river Arzamon (586) obtained thanks to the presence of the Image, described it: “not painted, not woven, but made with divine art”. Giorgio Piside defined it: “prototype written by God”. Even after the disappearance of the Image, Teofane (758-818) declared that: “no human hand could have drawn this Image, but only the creative and everything-forming Word produced the shape” of this divine-human figure.
    All these descriptions of Byzantine poets and historiographers can be justified only thanks to the presence of the Holy Face which, at the first sight, seems to be a painting but, if we examine it better, we must reject this hypothesis immediately as well as that one referring to the technique of weaving. So we understand the description of the Byzantine poets: “not painted, not woven”.
    None of the well-known techniques to realize a work of art was used for this Image entirely transparent and disappearing almost completely against the light. The Image of Camulia, the first “ảχειροποίητος”, not only disappeared in Constantinople, but also maybe travelled by sea towards Rome, the old capital of the empire. In Constantinople they said that patriarch German had committed to the waves of the sea, at the beginning of the iconoclasm, this Image which, consequently arrived in Rome in the times of Pope Gregory II.

    Sancta_Sanctorum_1

    The Roman Sancta Sanctorum chapel

    In Rome it was said that, when longobard king Aistulfo besieged the city in A.D. 753, Pope Stephen II led in a religious procession an “acheropsita” i.e. the Holy Face of the chapel “Sancta Sanctorum” in the papal Lateran Palace. On the Face of this icon was placed a linen cloth with Jesus Christ’s Face. The most reliable hypothesis is that the first Veil superimposed was precisely the Holy Face kept nowadays at Manoppello.

    The best way to hide a Veil with an image was to place it on an icon so the Byzantine emperor could never find out the disappearance of his “acheiropoietos” which could be venerated in the papal liturgy.When the Byzantine emperors began little by little to lose their powers and influence over Rome, the Veil could be separated from the icon, replaced with a painted veil and transferred to the chapel in St. Peterâ, got built by Pope John VII not long after the disappearance of the Image of Camulia in Constantinople.

     The first Pope not compelled to fear the powers of the Byzantine emperor was Innocent III who, for the first time, promoted the cult and the veneration for the Veil with the Image of Christ and this time the Veil was named Veronica (vera icona – true icon) while the name Holy Face remained for the Lateran Icon.

    This is the most probable sacred history of the Holy Face of Manoppello according to our knowledge of the documents and the “acheropite” images. A point must be settled: how and when the funeral cloths (the Holy Shroud and the Holy Face) were separated.As Mandilion of Edessa the Shroud covered its own rout towards Constantinople in A.D. 944 disappearing temporarily during the latin crusade of the year 1204 reappearing long after in Lirey around the middle of the 14th century.

    antica basilica S. Pietro

    The ancient St. Peter basilica in Rome

    Regarding the Holy Face we tried to delineate its course: Jerusalem a Ephesus a Camulia of Cappadocia a Constantinople Rome (chapel Sacta Sanctorum of the lateran palace, chapel of the Veronica in St. Peterâ in the Vatican State; at last the Holy Face arrived at Manoppello and on the way the image was called differently in our opinion: Image “ảχειροποίητος” of Camulia, “prototypos”, “acheropsita”, Holy Face of the Sancta Santorum chapel, Veronica and, finally, again Holy Face at Manoppello.
    This route is only a well – grounded supposition, but the Holy Face of Manoppello is certainly the same Roman Veronica. Our Lord gave us not only his Word by means of the Holy Scriptures, but also his Image in the Holy Shroud of Turin and in the Holy Face of Manoppello, a divine evidence of his Passion, Resurrection and Glory.


  6. Colori naturali nel Volto Santo, opera d’artista?

    by Rettore

    a cura di  P. Carmine Cucinelli:

    A colloquio con Heinrich Pfeiffer sulla ipotesi recentemente prospettata dal fotografo Roberto Falcinelli, secondo cui il prezioso velo sia un possibile manufatto pittorico del XVI secolo, da molti ritenuto scomparso.

    Ci sono molte tesi che affermano che il Volto Santo sia una pittura. Ultimamente Roberto Falcinelli, fotografo e studioso della Sindone, ha affermato che si tratta una pittura del 1500 del massimo pittore tedesco Albert Durer o addirittura di Raffaello, che cosa ne pensa lei?

    Conosco su che cosa si basa Falcinelli per dire questo. Si sbaglia. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo a dire queste cose. Già il gesuita padre Bulst, un famoso sindonologo della Germania con cui ho collaborato, affermava una cosa del genere. E dire che sono stato proprio io ad indicargli il riferimento al Vasari nella “Vita di Raffaello”. Là si dice che il pittore tedesco avrebbe mandato all’urbinate un autoritratto, dipinto su un telo da tutte e due i lati e così sottile che non si poteva vedere che era pittura. Allora vanno sottolineate, come risposta, cinque cose: prima, potremmo dire di essere molto orgogliosi di possedere un originale non ancora conosciuto del grande artista di Norimberga. Secondo, purtroppo non corrisponde alle fattezze del volto dell’artista. Terzo, deve aver copiato la Sindone. Quarto, sul Volto Santo è riscontrabile il fenomeno dell’oscillazione dei colori. Quinto, sul tessuto di bisso marino non si può dipingere.

    Può spiegare questi punti in modo dettagliato e comprensibile? In particolare perché non può essere una pittura?

    Allora diciamo che il Volto Santo non può essere per niente una pittura. Per diverse ragioni. Primo. Se uno dipinge con la massima perfezione da due parti di un telo, non risulta mai la totale trasparenza come nel Volto Santo di Manoppello. L’unica pitturadi questo tipo che io conosca è un’opera bizantina realizzata intorno all’anno mille che mostra il santo Vitale da tutte due le parti del tessuto di seta ugualmente. Quest’opera si trova nel tesoro della cattedrale di Trieste. Secondo. Come la suor Blandina Pascalis Schlömer ha mostrato la perfetta sovrapponibilità con la Sindone di Torino, il presunto pittore, diciamo Alberto Durero, avrebbe dovuto prima porre il suo telo sopra la Sindone e copiame esattamente le fattezze dal negativo. Si deve considerare che la Sindone si può vedere solo ad una distanza di almeno un metro e cinquanta. Perciò non si può mai copiare tutti i dettagli così che corrispondano elemento per elemento. Difatti nessun copista ha potuto fare fino ad oggi una perfetta copia della Sindone con mezzi puramente artistici. Poi il nostro presunto pittore dovrebbe girare il tessuto e dipingere dall’altra parte con altrettanta perfezione. Si vede chiaramente che questo procedere non fu possibile per nessun artista, quantomeno per uno del primo o secondo decennio del Cinquecento. Terzo. Se uno si mette a guardare il Volto e si muove a destra e a sinistra, ad un certo momento vede le labbra rosa e poi sparisce questo rossore e le labbra diventano brune. Se uno illumina diagonalmente dal di dietro, si vede solo un chiaro bruno in diverse tonalità, sparisce il rosa del tutto. Se uno illumina dal davanti, viene fuori un bruno più intenso ed anche il rosso delle piaghe della corona di spine alle tempia. Se si toglie del tutto questa illuminazione artificiale, i colori spariscono e viene fuori nella figura un leggero grigio. Quando si possono osservare meglio tutti questi cambiamenti, è durante la solenne processione di maggio, con la luce del giorno all’aria aperta.

    Come si spiegano questi colori che cambiano. Se sono colori, come all’occhio appare, di che natura sono?

    Tale oscillazione di colori si riscontra solo nella natura stessa.

    Può fare qualche esempio di colorazione naturale che cambia? 

    Si. Nei pesci del Mar Caraibico o nelle ali di farfalle in zone tropicali che oscillano, secondo l’angolatura, tra l’azzurro e il grigio. Allora si deve sapere che in realtà nella natura non esistono colori, ma qualsiasi oggetto colpito dalla luce bianca, assorbe una parte della luce e riflette il colore complementare, per esempio assorbe il verde e riflette il rosso. Il fenomeno dell’oscillazione è dato così che la superficie dell’oggetto ha diverse angolature e secondo queste angolature, riflette a volte uno e a volte un altro colore. Quindi i fili del tessuto del Volto Santo devono essere cambiati o in superficie o dentro per permettere lo stesso fenomeno. Nessun artista con alcuna tecnica, conosciuta e non conosciuta, può cambiare un tessuto in questa maniera da permettere il fenomeno. in altre parole: si deve distinguere il tessuto dall’immagine. Il tessuto finissimo è opera umana, l’immagine che si vede in esso non lo è. Questa immagine si comporta come un fenomeno che si riscontra nella natura. Questa combinazione inseparabile tra opera umana (tessuto) e fenomeno naturale (immagine), possiamo solo chiamare con la parola “miracolo”; un miracolo che perdura finché il tessuto non si corrompe. C’è ancora un’altra ragione che esclude qualsiasi pittura. Un tessuto così fine, dichiarato come bisso marino da Chiara Vigo, l’unica tessitrice conosciuta di questo materiale, si riscontra solo nell’antichità. Ma un bisso marino si può “tingere”, per esempio metterlo a bagno di porpora, ma non vi si può “dipingere” sopra. Il sale rimanente tra i fili farà presto o tardi staccare dai fili qualsiasi colore.

    Si dice che se un colore viene dato con l’acquerello, questo non lasda residui o pigmenti tra i fili. Se i colori fossero ad acquerello?

    Non cambia specie. Per definizione, qualsiasi tecnica pittorica apporta del materiale sopra un supporto, in questo caso un tessuto. Se questo materiale si trova tra i fili o sopra i fili, in ogni caso si può scoprire come qualcosa di estraneo. Io non ho studiato il tessuto con un microscopio ma millimetro per millimetro con una lente che ingrandisce dieci volte e non ho trovato traccia di tali residui. Se si trovasse qualche cosa, si potrebbe al massimo parlare di una striscia di pittura apportata dopo per sottolineare qualche dettaglio dell’immagine già preesistente.

    Falcinelli dice che Vasari ha forse con¬fuso il ritratto di Raffaello con un presunto autoritratto di Durero e questo ritratto dell’Urbmate sarebbe il Volto Santo. Si trova allora su una pista totalmente sbagliata?

    Rimane la stessa difficoltà: ritratto di Durero o Raffaello. Il Volto Santo di Manoppello corrisponde molto di più con migliaia di ritratti di Cristo nell’oriente e nell’occidente che non con il ritratto di Raffaello. Però può darsi che c’è un certo rapporto tra Raffaello e la Veronica romana. Quando Raffaello ha dipinto, verso la fine della sua vita, la Trasfigurazione di Cristo, si è servito sicuramente, per le fattezze del volto di Cristo, della Veronica come modello. Forse, se vogliamo dire un sospetto, aveva perfino, con il permesso del Papa Leone X, la famosa reliquia nel suo studio e forse per depistare i curiosi ha inventato che si trattasse di autoritratto del famoso Durero. Però su questo non possiamo dire niente di sicuro. Solo una cosa possiamo dire, che le caratteristiche della pittura menzionata da Vasari, sia nella Vita di Raffaello, sia in quella di Giulio Romano, non sono sufficienti per una identificazione di questa pittura finissima con il Volto Santo di Manoppello. La mente umana, mi pare, ha oggidì molta difficoltà nell’ammettere un fatto miracoloso. Così si preferisce ad attribuire la Sindone al genio di Leonardo da Vinci, e adesso il velo di Manoppello a Raffaello, contro ogni possibilità reale, solo perehé non si vuole confessare che Dio è intervenuto nella formazione dell’una e dell’altra immagine.


  7. Suor Blandina Paschalis Schlòmer

    18 Dicembre 2014 by Rettore

    La bellezza del Volto di Gesù
    Vorrei invitare ad uno sguardo meditato sul Volto, che già da vent’anni mi commuove e che, per me, addirittura è diventato un avvenimento: l’evento che porta il nome di “Veronica”. in altre parole, il Volto Santo di Manoppello. Lo testimoniano le fotografie che il Professor Andreas Resch ed io abbiamo scattato a Manoppello, nel corso di un pellegrinaggio compiuto durante l’Anno Santo. Nella prima parte della descrizione del mio cammino, devo esprimere qualcosa di molto personale e chiedo anticipatamente perdono. Nessuno avrebbe potuto pensare che io, di mia iniziativa, mi sarei incamminata su questa strada alla ricerca del Volto del Signore. Gesù Cristo si è servito della mia vita e della mia pochezza. Ripensando alla grande convergenza con cui certi avvenimenti si sono saldati l’uno con l’altro e allo stupore per il meraviglioso collegamento tra il libero arbitrio e la “coincidenza” delle circostanze, mi sono ricordata del passo della lettera ai Galati (1,15-16), in cui San Paolo descrive, richiamando l’inizio della sua conversione, l’opera e la volontà del divino Padre: “Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me Suo figlio…”. Ho pensato che il tutto presupponesse solamente un più chiaro disegno divino, che però mi era completamente oscuro e del quale ero semplicemente un modestissimo strumento. Oltretutto, penso che il Padre stesso abbia voluto nuovamente rivelare Suo Figlio a noi poveri figli del XXI secolo, e abbia cercato e trovato uomini che consapevolmente o inconsapevolmente collaborassero a quest’opera. Da parte mia, vorrei soprattutto ringraziare coloro che mi hanno aiutato lungo questo cammino con la loro più alta visione spirituale e i loro mezzi, e anche coloro che mi hanno sostenuto con la loro preghiera. La santissima Trinità, attraverso le sue onnipotenti Persone, mi è stata nascostamente vicino. Per tutto sia ad Essa lode e gloria!

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    Il Volto di Cristo nella mia vita
    Il cammino già preparato
    Sin dalla mia infanzia e prima giovinezza mi ha sempre affascinato il volto umano. Ero sempre molto occupata a disegnare volti. Più tardi, quando ho trovato, o meglio, ritrovato Gesù, volevo naturalmente raffigurare anche il Volto di Cristo. Ricordo ancora bene che Lo rendevo piuttosto astratto; nell’immagine, però, erano decisivi gli occhi e, soprattutto, il loro bianco luminoso. Era pura intuizione, poiché in seguito scoprii che quest’immagine, disegnata anni prima, inconsciamente riprendeva qualcosa del carattere del Mandilion di Genova o dell’icona vaticana. Il riferimento alla Veronica era dato sostanzialmente dall’analogia degli occhi e, visto il mio successivo interesse per il Velo di Manoppello, potrei definire il mio atteggiamento iniziale come una “disposizione precorritrice”.

    Durante il mio periodo d’esami, andò prendendo corpo, nella mia vita, l’Icona del Risorto, con il capo inclinato verso l’osservatore: questa immagine mi ha accompagnata nei miei primi anni di vita religiosa. Dopo la mia professione, essa fu sostituita dal Volto della Sindone, di cui conoscevo l’esistenza sin dal 1965. Infatti, disegnavo spesso il Volto deturpato, senza lineamenti precisi, della Passione e Morte; e portavo sempre con me la fotografia. Poiché il Volto della Sindone era autentico, esso aveva assoluta precedenza su tutte le altre immagini.
    Devo riconoscere che da giovane ero incline a proiettarmi verso l’esterno e il superficiale, costantemente affascinata e attratta dalla novità ed esteriorità della bellezza; tuttavia, spesso, ero anche sensibilmente colpita dal vuoto interiore che ne derivava, dalla povertà interiore conseguente alla considerazione della sola bellezza esteriore. In questa condizione, addirittura “avida” di belle cose e di persone, avevo da compiere un lungo cammino fino a che, lentamente, iniziai a capire che la bellezza che cercavo nel mio passato e in tutto non si trovava nelle cose esteriori. La bellezza durevole, imperitura, la bellezza che consola, che tocca il cuore, che guarisce le ferite, la bellezza che possiede il balsamo della forza sanante, nella sua più alta definizione, non era di natura materiale. Tuttavia, la fame di bellezza che era dentro di me, non poteva essere saziata se non attraverso lo splendore esteriore. La Sindone di Torino, che soddisfaceva il mio bisogno di una bellezza più profonda e interiore, nascondeva anche una forza operante. Non mi disturbava più, qui, la bellezza esteriore mancante, potevo vivere a lungo solamente con questa Sindone, e ci ho convissuto all’incirca per dodici anni; in seguito, il Signore ha prodotto, nella mia vita, una grande trasformazione.

     L’Icona di Cristo e le sante donne di Helfta
    Il 29 settembre 1977 ho messo un’icona del Pantocrator a fianco della Sindone e, su questo soggetto, ho parlato e scritto varie volte. Dato che attualmente vivo nel ricostruito convento delle sante donne di Helfta (Santa Matilde e Santa Gertrude), a febbraio dell’anno in corso, per la prima volta, sono riuscita ad interiorizzare, riscoprendole in una luce più intima, le visioni di Santa Matilde. Per Gertrude avevo già trovato, fin dall’inizio, una chiave di lettura. Mi sia, perciò, permesso – quando racconto delle mie esperienze con il Telo di Cristo – di far riferimento a queste due sante donne. Alcune delle loro esperienze le hanno sapientemente preparate e, quindi, narrate con linguaggio idoneo. Così, nel primo libro sulle grazie speciali, la giovane Gertrude, che, in segreto, ha descritto le Rivelazioni di Santa Matilde (esattamente nel quarto capitolo), narra che a quest’ultima era apparso il Volto di Cristo “splendente come mille soli”. Matilde si meravigliava del fatto che il suo viso assumeva le sembianze del sole, ma il Signore le dette la seguente bella spiegazione: “Il sole ha tre caratteristiche nelle quali mi rassomiglia; infatti, esso produce il caldo, i frutti e la luce. Come il sole riscalda, così tutti quelli che si avvicinano a me vengono infiammati nell’amore e, come la cera con il fuoco, così i loro cuori si sciolgono davanti alla mia presenza. Nel Legatus divinae pietatis, la grande opera di Santa Gertrude, si legge nel terzo libro, al capitolo V, sotto il titolo Dell’effetto degli sguardi di Dio: “Quassù risplende il Signore e il Suo sguardo, come raggi di sole, si volge alla sua anima con le parole: ‘Voglio fissare i miei occhi su di te”’. Quindi Gertrude spiega che lo sguardo di Dio nell’anima compie una triplice azione: il primo sguardo monda da tutte le macchie; il terzo sguardo fa sbocciare le virtù dell’anima come il sole, sulla terra, fa germogliare vari tipi di frutti: il secondo sguardo dell’Amore di Dio, invece, intenerisce l’anima e la rende capace di accogliere i beni spirituali, come la cera che, sciolta dal sole, viene resa adatta ad imprimervi qualsiasi impronta. Nel settimo capitolo del secondo libro, riprende la stessa immagine e scrive: “Come la cera ammorbidita dal fuoco viene preparata per imprimervi l’impronta, così l’anima era vicina al petto del Signore, e d’improvviso risplendette, come se fosse stata posta vicino a Lui. O mio Dio, Tu carbone consumato, Salvatore e Liberatore e colui che imprime. Tu brace viva! Mentre Tu resti eternamente senza estinguerti, nell’intimo umido della mia anima, facesti crescere la Tua potenza; e asciugando in lei, terreno diletto, prima, la sua umidità, successivamente hai ammorbidito la sua resistente durezza, che per un periodo era stata così irriducibile! O fuoco autentico e struggente, che esercita la sua forza anche sugli errori, e che è il fulcro dell’anima che rappresenta una lieve unzione. In Te ed in nessun altro riceviamo la forza, dalla quale veniamo rinnovati attraverso l’immagine e la rassomiglianza delle nostre origini! O forno ardente che tramuta il minerale tintinnante in oro eletto, quando finalmente l’anima, stanca degli inganni, con intensa nostalgia brama solo i beni della Tua verità!.

    L’esperienza chiave
    L’icona aveva allora per me questa forza e, come la cera accanto al fuoco, non potevo opporre resistenza. Il Volto di Cristo, nell’Icona, si era trasformato in una straordinaria sorgente d’energia. nella luce e, più propriamente, in una fiamma incandescente che annientò completamente la mia forza. Quando il Volto del Signore s’impresse profondamente in me e nella mia più vera essenza, mi sentivo attraversata da essa nella stessa fisicità del mio corpo materiale. La sensazione era piena, avvertibile in tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi. Provavo la sensazione consapevole di essere io stessa (o meglio, la mia anima) una tela sottilissima ed estremamente fine, che si avvolgeva intorno al Volto, aderendovi completamente, mentre io dovevo lasciarmi coinvolgere dall’evento. Sopraggiunse quindi una forte commozione, mentre io cercavo, senza darmi pace, di spiegarmi quanto vivevo. La ricerca ebbe fine quando trovai la chiave nel quinto capitolo del secondo libro di Santa Gertrude, ove si narra che Gesù aveva impresso nel suo cuore una ferita. Ella ne parla piena di meraviglia. Il Signore aveva tenuto, “per tante ore, una pietra preziosa regale, nell’umido incavo del suo cuore”. ( foto n. 17) Mi sentii rasserenata e tranquillizzata nell’apprendere che Dio può compiere tutto ciò e che lo fa; e anche che altri, già molto prima di me, avevano vissuto e testimoniato intorno a esperienze analoghe. Questo breve passo del capitolo quinto, che ho citato, lo sperimentai in me, praticamente, soltanto lo scorso anno: bastava che io fossi tranquilla e accettassi l’accaduto nella sua realtà concreta.

    La pittura dell’icona ed il Velo di Manoppello
    Una volta, dato che “dovevo” dipingere un’icona, si verificò come conseguenza una profonda e tangibile conversione nel mio stile di vita e anche verso gli altri, anche se impararlo comportava un lungo e faticosissimo cammino. Però Nostro Signore è un buon maestro e, con molta pazienza, ha unito l’uno all’altro, conformandosi alla mia capacità. quando lo permetteva la mia, ahimè, tuttora persistente ritrosia. Allora, mentre mi sentivo costretta da una forza interiore, completamente contraria alla mia volontà, a dipingere da principio su un’icona bianca, un giorno mi imbattei, grazie all’iniziativa di una mia consorella, in una foto di giornale raffigurante il Velo di Manoppello (già in precedenza ho avuto modo di raccontare questo episodio). Dovendo oggi parlare della bellezza del Volto di Gesù, devo aggiungere che la mia reazione allora fu la medesima di quando, a Recklinghausen, mi trovai di fronte all’icona del Pantocrator: in un primo momento provai un rigetto interiore dell’opera, poiché non corrispondeva alla concezione che allora avevo della bellezza. Oltretutto, per me, l’immagine di Cristo di Torino era l’unica autentica e incontestabile. La “vecchia” Blandina si agitava in me e voleva conservare il “vecchio”, vale a dire una bellezza puramente esteriore dell’Uomo arrestato. Evidentemente, nella mia vanità e presunzione, mi sentivo colpita da questo Volto ferito. Oggi, sono eternamente grata a nostro Signore che, allora, non si sentì offeso dalla mia stoltezza e dalla mia spontanea reazione. Mantenne il Suo silenzio, rivolse il Suo benevolo sguardo su me, e infine vinse. Quest’esperienza si trasformò nella chiave che mi introdusse alla comprensione di molteplici aspetti, quali il modo di pensare, di esprimermi, e, insomma, mi fece capire che per vivere una radicale conversione era necessario allontanarsi da queste futili idee, da queste presuntuose saccenterie e anche dalle immagini di Cristo che portavo dentro di me. Dovevo svuotare il mio spirito da ogni altra immagine e quesito, e chiedere umilmente di esplorare, attraverso la ricerca, fino a capire che cosa avevano da dirmi queste due immagini del Telo e del Velo. E questo, esaminando la loro natura, cogliendo tutte le informazioni in essi racchiuse, e osservando che cosa avrebbe rivelato il rapporto dell’uno verso l’altro. Valse proprio la pena sottomettersi alla realtà di questi due “veli”.

     Il Volto Santo di Manoppello
    Caratteristiche ed effetti
    A quanto ho detto seguì un lungo periodo di ricerca, d’indagine e riflessione, al punto che anche la contemplazione dei due Volti poteva protrarsi per ore. Il Volto della Sindone di Torino mi era già più familiare, mentre il Volto del Velo mi era completamente estraneo, non solo dal punto di vista della sua esistenza, ma soprattutto per la peculiarità della sua espressione, tanto che per lungo tempo non mi fu possibile comprenderla. Mi resi conto ben presto che le proporzioni della Sindone e quelle del Volto sul Velo erano effettivamente equivalenti, se le equiparazioni sulle proporzioni si tengono possibilmente lontane l’una dall’altra. Il Volto della Sindone si ammira normalmente in un contesto più ampio, mentre il Velo è di dimensioni più piccole, dato che ha le misure di una faccia, ed anche perché mostra più chiaramente le analogie tra le tumefazioni e le altre ferite. Ma l’espressione di quest’ultimo Volto rendeva il mio impegno sconvolgente.

    Semplicità, riverenza, innocenza
    Era un semplice volto umano di un’incredibile semplicità, tanto da poter essere considerato addirittura banale. Vi si leggeva la sofferenza, ma sebbene, a causa delle tumefazioni, fossero evidenti le ferite e la deturpazione. non vi si leggeva alcun rimprovero e nessuna amarezza, e neppure, per così dire, la chiusura in se stesso; risaltava soltanto questo particolare silenzio, che certamente comunicava anche senza parole, ma io ancora non lo capivo. Lo sguardo aveva una delicata schiettezza e trasmetteva amore; questo provocava l’effetto invitante di un gesto pieno di bontà. Dinanzi a questo sguardo, però, mi sentivo ancora completamente indifferente, in quanto esso non esercitava su me alcuna sollecitazione, mentre emanava interiormente un enorme rispetto. Già, proprio il rispetto, in questo sguardo, era il fattore determinante: era quanto comunicava allora l’espressione di quel viso! Infatti, per tale disposizione, ricca di profondo rispetto, Egli è stato elevato: Propter reverentiam suam, come sottolinea il testo della versione latina della lettera di San Paolo agli Ebrei (5,7-9). Improvvisamente, un giorno, questa parola fu trasmessa al mio spirito con grande chiarezza e anche come risposta inconfondibile alla mia ricerca. Profondo rispetto davanti al misterioso disegno del Padre, che Cristo ha portato a termine con la sua morte orribile. Meraviglioso amore filiale, colmo di rispetto verso il Padre, come recita magnificamente l’Introito di Pasqua: Resurrexi et adhuc tecum sum, ma anche gran rispetto nei miei confronti: Creatore che, davanti alla mia anima, ne rispetta la sua piena libertà. Per capire l’immagine del sole nella visione di Santa Matilde, occorre questo profondo rispetto amorevole verso il Volto del Velo, come i tenui raggi del sole primaverile, che fanno germogliare le piante e sbocciare le gemme. Mi viene infatti trasmesso che io sono, o meglio, che ho la possibilità di vivere, che ho anche la possibilità di essere così come sono. Vengo accettata nel mio essere umana, e ciò mi viene continuamente e nuovamente donato e reso fecondo. Durante la mia prolungata osservazione del Volto, ritornavo però sempre ad un determinato aspetto, che si era in un certo senso cristallizzato, come se da una soluzione satura di una composizione chimica venisse prodotto, con facilità, un cristallo. Qui c’era l’immacolatezza dello spirito, la completa assenza di superbia! Qui c’era l’innocenza! Tutto ciò si può trovare nei bambini, e qualche volta, ma molto, molto raramente, negli adulti. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno per essere felici! Il nostro cuore, quando di fronte a un altro reagisce con innocenza, dimostra gioia. Qui però abbiamo lo sguardo dell’agnello immacolato” (senza macchia), che si è sacrificato per la nostra salvezza. Davanti a questo viso del Velo, che mi era così estraneo e incomprensibile e così diverso da tutti gli umani aspetti, e nello stesso tempo così “solamente umano”, mi sono resa conto che la bellezza non è data dalla perfezione esteriore e dalla forma che piace, poiché a conferire vera bellezza è soltanto la purezza dell’interiorità delle persone, l’essere come bambini, innocenti di fronte a tutti. Avevo detto: “Gesù, se sei proprio tu, dovrei pur riconoscerti!”. Ed era soprattutto quest’aspetto dell’innocenza che mi ha convinta che si trattava veramente del Volto di Gesù.

    Il Velo e il Vangelo
    Ammirando questo Volto, mi sono trovata a riascoltare ripetutamente tutto il Vangelo di Giovanni. In particolar modo il prologo, e non vorrei privarvi di quest’esperienza: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,1-13). Qui, come in tutti gli altri testi, il Volto è divenuto misteriosamente Verbo e il Verbo Volto; e anche gli altri testi evangelici si fanno straordinariamente vivi. Gesù, secondo le parole del fariseo: “…perché tu che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,33); Gesù, secondo la testimonianza di Pietro: “Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68); Gesù: “Figlio di Maria” (Mc 6,3), beata fra tutti, vergine immacolata, alla quale Egli doveva assomigliare molto fisicamente, mentre la parte interiore e immacolata della sua anima e del suo spirito, la sua, per così dire, interiore bellezza, l’ebbe come primo dono di redenzione attraverso suo figlio. Gesù, l’umile figlio del Padre eterno, che si chiamò sempre e soltanto “Figlio dell’uomo” (Mt 12,34; 16,13; 16,27-28; 17,9.12.22; 19,28; 20,18-28; 24,27.30.37.39.44; 25,31; 26,2.24.45.64; Mc 2,18-28; 8,38; 9,9.12.31; 10,33.45; 13,26; 14,21.62; Lc 5,24; 6,5; 7,34; 9,26.44.58; 12,8.40; 17,26; 18,8; 19,10; 21,36; 22,22.48.69; 24,7; Gv 3,13.14; 5,27; 6,27.62; 7,28; 9,35; 12,23; 13,31), aveva trovato un cammino affinché i miei occhi potessero guardarlo: nel Velo che era il suo sudario nella tomba (Gv 20,7), nei veli che coprivano la sua salma (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53; Gv 20,5-6) su cui misteriosamente aveva lasciato l’immagine del suo Volto umano-divino.

    Immagine simile ad una fotografia
    Come autore della sua creazione e utilizzando liberamente le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia, uno splendido capolavoro di questa “arte”, non come opera delle sue mani, bensì, per così dire, nel suo ultimo passaggio, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale. Tutti noi, che crediamo esclusivamente come Tommaso (Gv 20,29), quando apriamo gli occhi, possiamo effettivamente vederLo.

    Il Volto Santo come espressione personale di Dio
    Il Volto del Salvatore. Il problema della bellezza
    Il salmista dice del re Messia: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle Tue labbra è diffusa la grazia, Ti ha benedetto Dio per sempre” (Sal 45,1). Gesù come “Figlio di Davide” doveva o poteva pienamente già essere esistito, dal momento che viene più volte citato da Davide e che, secondo il salmo, era un uomo di bell’aspetto e aveva una capigliatura biondo-rossa. Penso, però, che in questo salmo non si faccia riferimento solamente alla pura bellezza esteriore, bensì a molto di più. Grazia e benedizione divina alludono alla clemenza e alla bellezza che viene irradiata dall’interno. Questa bellezza e questa grazia di cui si parla non sono, però, conciliabili con le affermazioni sul Servo di Jahvè, di cui è stato detto che “non aveva bellezza”, così che noi non vorremmo guardarlo; dice il profeta: “Non ha né apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53,2).

    Sofferenza e morte sul Volto di Cristo
    Il Santo Padre, nella Lettera apostolica Novo Millennio ineunte, parla diffusamente del Volto di Cristo, come del Volto che bisogna contemplare. Al paragrafo 25 dice: “La contemplazione del Volto di Cristo ci conduce così ad accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero, quale emerge nell’ora estrema, l’ora della Croce. Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione”. E continua sostenendo che Cristo nell’ora della morte provò sia beatitudine che dolore, e che la profondità della sua sofferenza non avrebbe potuto in alcun modo distoglierlo né dalla sua dedizione al Padre né dal suo amore per gli uomini. Nel Volto di Gesù, come noi lo conosciamo attraverso la Sindone, si rispecchiano nuovamente dolore e, nello stesso tempo, serenità nascosta, bontà, perdono, impronte di morte e nuova vita.

    Il Volto del Risorto
    Il Santo Padre dice ancora che la Chiesa nelle sue considerazioni attinenti al Volto di Cristo non può mai rimanere ferma sulla figura del Crocifisso, dato che “Egli è risorto!”. Secondo le parole del Papa, che si rifà alla Lettera agli Ebrei (“…e fu esaudito per la sua pietà”, 5,7-9), la risurrezione era la risposta del Padre all’obbedienza del Figlio. Noi dunque abbiamo ora la possibilità di guardare concretamente il Volto del Risorto, e questo è il grande dono che ci elargisce il Padre in questo nostro tempo; o meglio, possiamo lasciarci guardare da Lui e venire guariti dal Suo sguardo. Questo ritrovato Velo della Veronica, che si sposa in maniera così meravigliosa con la Sindone, ci permette di guardare nel Volto, pieno d’amore e oltremodo benevolo, del nostro Salvatore. Possiamo partecipare delle Sue sofferenze e toccare le Sue ferite come Tommaso. Ci permette di scoprire che veramente sul Volto non c’è alcuna macchia: le tracce della corona di spine sono incredibilmente chiare, le escoriazioni della pelle, le profonde ferite, le tumefazioni riempiono il Viso, ma ritroviamo anche su questo Volto un certo splendore, quasi l’accenno di un sorriso.

    La reazione umana e l’accesso al Volto
    L’esperienza degli ultimi vent’anni mi ha insegnato che molta gente si allontana istintivamente da questo Volto, come davanti ad un lebbroso: non vogliono vederlo e lo evitano. Solo pochissime persone hanno un accesso immediato ad esso. Il silenzio e la preghiera permettono, invece, di avvicinarvisi. Questa esperienza viene descritta, molto bene, dal Papa con le parole che si leggono nel paragrafo 20 della Tertio Millennio ineunte: “Alla contemplazione piena del Volto del Signore non arriviamo con le sole nostre forze, ma lasciandoci prendere per mano dalla grazia. Solo l’esperienza del silenzio e della preghiera offre l’orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero, che ha la sua espressione culminante nella solenne proclamazione dell’Evangelista Giovanni: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria…’ (Gv 1,14)”.

    L’espressione del divino
    Lo splendore divino e la magnificenza del Volto di Cristo si rivelano a noi solamente attraverso lo sguardo di fede a Lui rivolto. Ma, nello stesso tempo, non c’è contrapposizione con ciò che scaturisce dalla sofferenza e dalla “bruttezza” di questo splendore divino. Anzi, la “leggiadria” sulle ‘labbra” del Messia, l’Unto, è proprio resa più chiaramente attraverso la sua sofferenza: in quest’estrema umiliazione come uomo, come “reietto delle nazioni” (Is 49,7).
    Manca sulle labbra dell’Agnello immolato la maledizione, la nostra “incarnata” reazione al dolore! Qui la bellezza si illumina, e il fatto che Dio abbia benedetto quest’uomo sopra tutti, che lo abbia ricolmato di grazia, che lo abbia “unto”, si può cogliere dal segno di questa morte che è stata appena superata. Le tracce di morte sono ancora visibili sul Volto: una specie di triangolo bianco intorno a naso e bocca, segno dell’orrenda fine. Su questo Volto, però, si possono anche leggere le parole della Rivelazione: “…vedete… Io sono.., il Vivente” (Ap 1,18). Egli è l’Uomo di cui si può dire: “Io sono morto e vedete, io vivo!”; vivere aldilà della morte, ma vivere in questo corpo umano, in codesta carne. Qui troviamo qualcosa di straordinariamente nuovo: in questa fede della Chiesa in Cristo, nel Cristo risorto è l’inizio della nuova creazione! Nei suoi discorsi ad Antiochia, riferendosi alla Risurrezione, San Paolo citò il Salmo 2,7: “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”.

    Il significato del Volto di Cristo nella Rivelazione propria di Dio
    Se noi, davanti a questo Volto, abbiamo veramente fede, possiamo diventare anche noi come gli apostoli, testimoni della Sua Risurrezione. Morte e vita, dolore e gioia, deturpazione e bellezza, è tutto qui. Anche se oso sostenere che la bellezza è determinante. Questo, però, è celato allo sguardo umano che è avido, esigente, possessivo, miscredente ed egoista. La bellezza si rivela in Lui nella misura della purificazione, nella Sua pronta disponibilità ad amare e umiliarsi. Quando il nostro occhio e il nostro cuore sono in grado di scoprire questa bellezza, è un dono di Dio, ed è la libera comunicazione di Dio. Se crediamo alle sante donne di Helfta, Egli prova una grande gioia quando può manifestarsi. A questo punto, per rendere il tutto più chiaro, vorrei riportare il più fedelmente possibile, la visione di Santa Matilde.

    La visione di Santa Matilde di Hackeborn
    Siamo intorno al 1290. A Helfta c’erano dalle cento alle duecento religiose. Matilde cantava molto bene ed era molto amata per la sua grande affabilità. Nella domenica “Omnis terra” (seconda domenica dopo l’Epifania), secondo l’antico lezionario festivo, dato che a Roma veniva celebrata la festa del Santo Volto della Veronica, Matilde aveva convinto le consorelle affinché anche loro. nello stesso giorno, si trasportassero in spirito a prendere parte a questa venerazione del Volto di Cristo, con molte preghiere e profonda devozione. Ognuna, per prepararsi, doveva recitare centocinquanta Pater Noster, che corrispondevano al numero di miglia che separavano Roma da Eisleben; inoltre doveva pentirsi di tutti i suoi peccati, confessarsi e adorare il Volto di Cristo con estrema umiltà. Questo dovrebbe essere accaduto a Helfta Brauch, anche perché Gertrude, nello stesso giorno, ebbe una visione sul medesimo soggetto; Matilde l’ebbe per parecchi anni. Nel decimo capitolo del libro I delle Rivelazioni (ed. 1888, p. 57), si legge: “Il monte era circondato di begli alberi colmi di frutta. Sotto questi riposavano le anime dei santi. Ognuna aveva la sua tenda di stoffa dorata e con gran gioia e gusto si cibavano di frutti. Questo monte simboleggia il cammino terrestre di Gesù, gli alberi. le sue virtù, l’amore, la misericordia… Tutti coloro che si erano preparati ad onorare la venerabile immagine con cuore devoto si avvicinavano al Signore portando i loro peccati sulle loro spalle e li depositavano ai piedi del Signore; e da Lui venivano trasformati in gioielli dorati… Poiché Matilde stava ammirando queste cose, il Signore disse: “Cosa vogliamo fare con questo? In ogni modo, tutto dovrà essere consumato dall’amore”. E aggiunse: “Si prepari la tavola”. Immediatamente si vedeva un tavolo carico di scodelle e di boccali d’oro. Il Volto del Signore, però, più splendente del sole, riempiva ogni recipiente, anziché di cibo e di bevande, con la sua luce. E tutti, rivestiti dello splendore di questo Volto come se indossassero un abito, s’inginocchiavano davanti al tavolo e ricevevano il cibo e la bevanda, che per gli angeli e per tutti i santi è il ristoro più meraviglioso. Segue ancora un invito, a venerare con zelo il Volto amato che nel cielo diventerà tutto per noi e “sarà tutto ciò che può desiderare un animo santo”. A Matilde apparve allora, durante la visione, il Volto di Cristo che brillava come il sole. I beati saranno rivestiti di luce come di splendidi abiti. Il Volto di Cristo, però, non solo elargisce ai beati grazia esteriore e splendore, ma li nutre e li rafforza, come fanno il cibo e le bevande nella nostra vita terrestre. La scena ricorda il libro dell’Esodo, dove gli anziani, che avevano ricevuto lo Spirito Santo, erano saliti sul monte, e in cima vedevano lo splendore di Jahwè; e si narra che “mangiavano e bevevano” (Es 24,11c). Qui il Signore fa disporre dei tavoli e inonda tutti con lo splendore del suo Volto. Trovo bello, in questa visione, anche l’atteggiamento regale del Signore in rapporto ai peccati che sono stati trascinati davanti al Suo Volto. Prima pone la domanda: “Cosa vogliamo fare con questo?”, e poi la Sua risposta in tono molto amabile: “Tutto dovrà essere consumato dall’amore”. Questa è la bontà così manifestamente visibile nel suo Volto; tutti i nostri pesi e peccati, tutta la nostra perversità che portiamo a Lui, vengono in maniera uguale consumati dal Suo amore, indipendentemente dall’ora in cui giungiamo e dal peso che portiamo.

    Il Volto Santo e la sua particolare bellezza
    Il messaggio della Veronica
    Soffermiamoci, ancora una volta, in modo del tutto concreto, sul piccolo Velo con la sua particolarità singolare di completa trasparenza, che in pratica è un tutt’uno con il tessuto. Esso possiede la capacità di ”apparire” secondo gli influssi della luce oppure di sparire completamente. Ci guarda in un modo molto benevolo, ed è come se ci seguisse coi Suoi sguardi; quasi abbraccia amabilmente tutto il nostro essere umano, e pronuncia, in un certo modo, il suo “sì” alla nostra persona. Come potrebbe non essere affascinato il nostro cuore da questa bontà, da questa grazia, dallo splendore leggiadro di questa bocca, leggermente aperta, come se volesse dire qualcosa? Non ci dobbiamo chiedere allora che cosa ci vuole dire questo Volto? Non esiste una caratteristica, una parola, che potrebbe tradurre e riassumere la sua unicità? (foto n 25) Dopo la mia prima visita a Manoppello, nel 1995, ho riflettuto a lungo su queste domande, come mi è già successo qualche altra volta, quando ho cercato un oggetto oppure una risposta ad una domanda, facendo costantemente una sorta d’introspezione. Inaspettatamente, la cosa ricercata mi apparve davanti agli occhi. Così avevo cercato, tanti anni fa, con gli ‘occhi nostalgicamente un concetto, un’immagine, una parabola che contenesse tutto ciò che si potesse esprimere e riassumere su Dio. Allora, all’orizzonte, apparve l’immagine di un pastore in mezzo al suo gregge. Non era nello spirito, ma era nella realtà. La mia anima aveva compreso immediatamente. In questo momento davanti al mio spirito appariva la parola “sposo”, e io avevo subito capito. Sì, la parola “sposo” comprende tutta la realtà della testimonianza del Velo, la circonda e la rende accessibile. Gesù è “lo sposo”, e qui ritroviamo lo sguardo dello sposo per la sua sposa. A questo stadio dell’amore, durante il periodo di fidanzamento, si incontra anche la bellezza, dato che viene posta nell’ambito puramente umano. Sposo, sposa, nozze, festa, tutto ha a che fare con la bellezza. Bellezza che viene dall’amore, dalla benevolenza, dalla dedizione, dal cuore, nascendo dall’amore e dall’essere amato. Come sappiamo, è un’esperienza multipla, per cui l’amore fa brillare il volto umano, lo fa risplendere e diventare così bello.

    Il Volto dello sposo, il Volto dell’amore
    Probabilmente, noi esseri umani rendiamo così complicato il nostro tempo con l’immagine della Veronica perché abbiamo perduto la comprensione verso questa verità dell’unione dello sposo con la sposa. Pensiamo di essere in grado, in ogni momento, di impossessarci di qualsiasi cosa; però non è così in relazione a Dio. Dovremmo, perciò, essere grati, se possiamo avvicinarci al Velo, perché il solo fatto di ammirarlo, ed essere da lui riammirati, può risvegliare in noi questa forza assopita. Gesù, Figlio di Dio, si è considerato come Sposo, e come possiamo vedere dal Velo, Egli è, per noi, sempre e in ogni modo completamente nuovo. Lo sguardo del Volto di Cristo, che troviamo nel Velo, è quello dello sposo per la sua sposa, la Chiesa, l’umanità e ogni singola anima. Gesù ha detto: “Vi vedrò di nuovo, e allora il vostro cuore si rallegrerà!’ (Gv 16,22). Il nostro cuore reagisce vera.mente con gioia davanti al Suo sguardo, che sia attiva o passiva la nostra mente; ma il presupposto è che questo sguardo è pieno d’amore.

    Secondo una frase di Klaus Hemmerle, le cose sono non come sono, ma secondo il modo in cui sono amate: come i capolavori dell’arte antica, esigono amore per essere capite; e anche l’uomo viene giustificato nell’amore. E quanto, ancora, possiamo noi comprendere nell’amore il Volto del nostro Dio, che è Amore? La bellezza del Volto di Cristo è nel Suo essere buono e nel Suo amare ogni singolo uomo individualmente. Nel testo greco del Vangelo di Giovanni non viene forse detto: “Io sono il bel (kalos) pastore”? Come si può costatare, bisogna ritornare al senso del buono, che si trova già nella Bibbia. Si può perciò condividere la tesi di Don Vincenzo Bertolone: se soltanto Uno è veramente buono, allora quell’Uno sarà anche Bello; in altre parole, Dio.

    L’Amore attraverso l’amore
    Per concludere, ritorniamo alla visione che Santa Gertrude ebbe la seconda domenica di Quaresima: “Prima della Messa, durante la Processione, si cantava il Responsorio: “Ho visto il Signore da viso a viso”, la mia anima è stata rischiarata da una splendida, indescrivibile lucentezza che proveniva da una rivelazione della luce Divina, e mi appariva come se davanti al mio viso si presentasse un altro viso che si adattava alle parole di San Bernardo (Sermone 31, Super Cantica Canticorum, III,6): “Non formato, ma creatore, non sfiorando gli occhi del corpo, bensì allietando il volto dell’anima, amore attraverso il dono dell’amore, non attraverso il colore”. Solo Tu conosci come, in seguito a questa dolcissima visione dei Tuoi occhi chiari come il sole, i miei risplendevano nello starTi di fronte, e come Tu, mia leggiadra dolcezza, avevi catturato non solamente la mia anima, ma anche il mio cuore insieme a tutte le articolazioni! Per cui vorrei, per quanto mi resta da vivere, dimostrarTi un servizio dedito… Quando Tu… ti eri adattato a me, che ero indegna, con il Tuo caldo e nostalgico viso, che custodiva la pienezza di tutta la gioia, mi sentii come se un’inesprimibile luce, che ti riempie di felicità, uscisse dai Tuoi occhi divini ed entrasse attraverso i miei. Ne fu permeato tutto il mio essere interiore, e dette a tutto il mio corpo un meraviglioso effetto risplendente, nel quale la mia carne e le mie ossa si dissolvevano fino al midollo; ebbi la sensazione che tutto il mio essere fosse nient’altro che un raggio di luce divina, il quale, in una maniera indescrivibile e deliziosa, quasi come per gioco, avrebbe preparato la mia anima ad un’imparagonabile allegrezza e serenità”. L’anima umana, che fu creata per questo motivo: per eternamente gioire dello sguardo divino e per vivere con lui un’amicizia, trova pienamente, nel Velo, nella ‘Veronica”, la capacità di riconoscere la bellezza del Volto di Gesù e di farsi commuovere da Lui. Dato, però, che noi siamo diventati corrotti e, per quanto riguarda i sentimenti, in un certo senso grossolani, per le conseguenze del peccato originale e dei nostri peccati, abbiamo bisogno della grazia redentrice di Dio per ritrovare l’accesso e la sensibilità per le Verità divine. I Sacramenti della Chiesa e una vita di fede secondo i comandamenti di Dio ci aiuteranno a “rivedere” Gesù e rallegrarci in Lui. Ma il doppio Volto, della Sindone e della Veronica, da cui, in un certo senso, chiaramente traspare il sorriso di Dio, può anche aiutarci a ritrovare un nuovo accesso al cuore ed alla bellezza di Dio. Se veramente saremo i suoi bambini, anche secondo la parola degli Apostoli: “saremo chiamati bambini di Dio, e lo siamo”, allora la Sua bellezza sarà la nostra bellezza, e viceversa; e sulla trama della nostra vita sarà visibile il Volto di Gesù.

    Suor Blandina Paschalis Schlòmer, nata il 6 marzo 1943 a Karisbad-Aich. Ha ottenuto il diploma di maturità nel 1962, anno in cui entra tra le suore delle Missionarie del Preziosissimo Sangue. Nel Febbraio del 1965 fa il primo studio sulla Sindone. Si specializza nella pittura dei mosaici. Dal 1966 studierà farmacia nelle università di Würzburg e Bonn e nel 1973 passa all’ordine delle trappiste. Nel 1976 inizia lo studio delle icone e su questo si specializzerà in Francia. È del 1977 la prima conoscenza del Volto Santo di Manoppello. Nel 1984 viene a contatto con Werner Bulst ed Heinrich Pfeiffer, esperti della Sancra Sindone. In questo periodo inizia lo studio del confronto Sindone Volto, ottenendo, nel 1991, la prima “sovrapposizione”. Nel 1998 espone i 27 pannelli che dimostrano la piena convergenza della due immagini al convegno sul “Volto dei Volti”, tenutosi a Roma; pannelli che formano attualmente la “Mostra Penuel” di Manoppello


  8. El Velo

    3 Dicembre 2014 by admin

    El Santo Rostro es un Velo que mide cm. 17×24, desplegado y protegido en un marco entre dos hojas de vidrio y es tan sutil que no se puede extraerlo del relicario sin correr el riesgo de dañar la Imagen impresa misteriosamente. Por lo tanto todavía no ha sido averiguado científicamente el tipo de fibra que a primera vista parece ser un antiguo biso marino, una muy preciosa “seda del mar” también hallada dentro de unos sarcófagos de las pirámides egipcias, el “lino fino” mencionado cuarenta y seis veces, ni más ni menos, en la Biblia.

    Los hilos horizontales son bastante ondeantes, el tejido es de estructura ordinaria, de modo que urdimbre y trama se cruzan en la forma más sencilla como en una normal tejedura y es tan tenue que la Imagen es visible sea desde la parte anterior que desde la parte posterior del sagrario. Si detrás del Velo diáfano se pone un periódico, se puede leerlo fácilmente incluso desde lejos. Hay la efigie de un hombre de cabello largo, con la cara tumefacta, la frente ensangrentada, la nariz contusa (Mr 15, 17; Mt 27, 29) y una mejilla hinchada (Jn 18, 22). El tono de color es marrón y el rojo claro de los labios anula cualquier aspecto material.

    La luz floja de una vela, aplastando la matización, puede evidenciar las manchas lívidas del rostro golpeado (Jn 19, 1-3). Los ojos miran muy intensamente hacia arriba de modo que se puede ver el blanco del globo del ojo bajo el iris y las pupilas totalmente abiertas, pero en una manera irregular. La boca semi-abierta parece estar a punto de proferir la palabra AMOR (1 Jn 4, 8 “Dios es amor”) y la mirada atónita y a la vez muy benévola y consoladora, pues en verdad el Amor del Redentor hacia nosotros es tan grande que incluso después de su Pasión dijo a sus discipulos “yo estoy con vosotros todos los días, hasta el fin del mundo” (Mt 28, 20).

    No sólo las ampliadas fotografías digitales, realizadas por el prof. D. Vittore de Bari y por el prof. G. Fanti de Padua, sino también las observaciones bajo luz ultravioleta confirman que no hay pintura sobre el Velo. La experta iconógrafa B. Paschalis Schlömer demuestra que el Santo Rostro de Manoppello se sobrepone perfectamente a la Imagen de la Sábana Santa de Turín (con más de diez puntos de referencia) y el Prof. Andreas Resch aclara que la admirable identidad, enternecedora hasta las lágrimas, confirma la autenticidad de las dos Reliquias visto que sin lugar a dudas no puede ser una mera casualidad: resulta evidente el mismo Rostro de Jesucristo, su Resurrección al tercer día de su Deposición de la Cruz (Lu 9, 22)

    Heinrich Pfeiffer, catedrático de icononografía e historia de arte Cristiano en la Universidad pontificia Gregoriana, explica que el Velo fue considerado también en los tiempos antiguos “ảχειροποίητος”, es decir no humana obra de arte y que esta sagrada Imagen sirvió de modelo a las representaciones posteriores del Santo Rostro, incluidos los retratos en las catacumbas romanas del siglo IV. Afirma además que Nuestro Señor no nos ha dejado sólo su Palabra en la Sagrada Escritura, sino también su Imagen que se produjo en la tumba cuando una radiante energía sobrenatural quizá alumbró (1Jn 1:5 “Dios es Luz”) el “lino fino” empapado en áloe y mirra, fotosensibles ‘aromas’ (Jn 19, 39-40) dejando la impresión del inmenso evento, la evidencia divina de la Pasión, Resurrección y Gloria sempiterna de Jesús (Mt 28, 7; Lu 24, 51; Hch 1, 9).

    Volto Santo

    “… y el sudario* que cubrió su cabeza, no junto a las vendas**, sino plegado en un lugar aparte.” (Jn 20, 7)

    * ”Soudarion” – el Santo Rostro de Manoppello, venerado antaño en Roma y llamado Verónica – “vera icona” = verdadero icón. (H. Pfeiffer).
    ** ”Othonia” – la Sábana Santa de Turín: superpuesta, esta
    Imagen coincide perfectamente con el Velo de Manoppello. (B. P. Schlömer)

     


  9. Historia

    by admin

    CÓMO Y CUÁNDO EL SANTO ROSTRO LLEGÓ A MANOPPELLO?

    Uno de los Capuchinos, P. Donato de Bomba, empezó desde el año 1640 unas indagaciones y escribió una “Relatione historica” (informe histórico) que está guardado al presente en el Archivo provincial de los Capuchinos en el convento de Santa Clara en L’Aquila.

    En 1646 un notario autenticó en el ayuntamiento, con carta pública según la voluntad de los Capuchinos, el documento de donación y la Relación. Este informe declara que un desconocido llevó a Manoppello el Velo en 1506 y lo entregó a uno de los magnates del pueblo, tal doctor Giacom’Antonio Leonelli, sentado en un banco frente a la iglesia. Se cuenta que el doctor entró en la iglesia y abrió el rollo en el cual estaba el Velo. Inmediatamente depués salió de la iglesia pero no halló el desconocido portador del rollo que habia desaparecido sin dejar rastros. El Velo con la Imagen ha sido a lo largo de aprox. un siglo herencia de la familia Leonelli hasta que fue destinado como regalo de boda para una componente femenina de la familia, Marzia Leonelli, pero no efectivamente entregado. En 1608 el marido de esta mujer, Pancrazio Petrucci, un soldado, robó el velo en casa de su suegro. Unos años después esta mujer la vendió por 4 escudos al doctor Donat’Antonio De Fabritiis para rescatar el marido, prisonero en Chieti. El Velo fue donado por la familia De Fabritiis a los Capuchinos. Ésto declara la “Relatione Historica”.

    Pero si la leemos atentamente podemos comprobar que está compuesta por dos partes: un comienzo más narrativo y un núcleo con fechas historicas creibles. Desde el inicio parece toda una construcción majestuosa, con la lista de todos los gobernantes del 1506, año en el cual se cuenta que un desconocido llevó el Velo en un envuelto a Manoppello. La narración, escrita en estilo vivaz, es algo fantastica: el desconocido entregó el bulto a un cuidadano del pueblo y desapareció en un santiamén y nadie después lo halló. Se cuenta que Marzia Leonelli vendió el velo en 1618, pero ni tampoco esta fecha es cierta. El primer manuscrito de la “Relatione” afirma que la venta del Velo ocurrió en 1620. La fecha antedicha, 1618, se encuentra en la versión de la “Relatione” destinada para el ministro general de la Orden de los Capuchinos.

    La primera escritura fue guardada en el Santuario del Santo Rostro en Manoppello, mientras la segunda se encuentra, con una copia escrita por la misma mano, en el archivo de la provincia del Abruzzo en L’Aquila. Lo único históricamente cierto es que Marzia Leonelli vendió el Velo al Doctor Donat’Antonio De Fabritiis en el período que abarca el 1618 y el 1620. La fecha 1608, en el manuscrito del archivo de la provincia abruza, se encuentra en el margen, escrita por otra mano.

    Ahora dejemos el territorio de Manoppello y vamos a Roma para confrontar las fechas. La primera fecha, 1506, y el gobierno del Papa Julio II, nombrados en la “Relatione Historica” corresponden con el plan de demolición de la vieja basilica de San Pedro y el proyecto de sustituirla con un nuevo edificio más grandioso. La demolición inició efectivamente en 1507. La segunda fecha (1608) está escrita tan sólo en el margen del ejemplar guardado en el Archivo de la provincia del Abruzzo y corresponde exactamente con la demolición de la segunda parte de la Basilica Vaticana, incluida la capilla, construida por el Papa Julio VII en 705, en la cual se guardaba el Velo de la Verónica o, según decían en Roma, la “Verónica”. Esta demolición puede haber sido una ocasión muy favorable para el robo de la preciosa reliquia romana.

    Veamos que sucedió un poco antes, es decir el terzer acontecimiento al cual se alude en la “Relatione Historica”: la venta del Velo con la Imagen de Cristo en Manoppello alrededor de los años 1618–20. En 1616 la corte imperial de Viena pidió al Papa Pablo V una copia de la Verónica para la reina Maria Costanza de Polonia. A pesar de que hasta aquel entonces existiera un ejercito de pintores que realizaban copias de la reliquia romana, los así llamados “pictores veronicae”, en este caso confiaron la copia a un canónico de San Pedro de nombre Strozzi. Después fueron prohibidas otras copias. Se debe deducir que los “pictores veronicae” perdieron su trabajo por lo menos desde este momento.

    La bula pontificia del 7 de septiembre de 1616 establece que “ningún artista puede ser utilizado para hacer copias de la Verónica sino sólo los canónicos de San Pedro pueden hacerlas”. Excepcionalmente fueron realizadas aún dos copias durante el papado de Gregorio XV e inmediatamente después fue prohibido, bajo pena de anatema, realizar copias de las copias.

    La característica común de estas copias es la representación de la imagen con los ojos cerrados. Estas copias en ningún modo corresponden a las viejas representaciones de la Verónica romana. Una de estas copias legitimadas se encuentra aún hoy en día en la Sacristia de la “iglesia de Jesús” en Roma. Es tan fea que nadie puede creer que sea verdaderamente una copia de una Imagen que todos los peregrinos deseaban ver. Esta “copia” es una nueva obra de ningún valor hecha por un recuerdo de la Verónica, por la figura del Mandilion que se guardaba en aquel tiempo en la iglesia de S. Silvestro en Roma y por el conocimiento de la Sábana Santa de Turín mediante una copia en medida original que estaba desde el final del siglo XVI en Roma, en la iglesia de la Santa Síndone. El hecho que exactamente en este periodo, en 1618, ocurrió la venta de un tenue Velo, con un rostro más precioso y correspondiente a los rasgos de la Verónica romana, en un pueblo de Abruzzo, nos muestra los acontecimientos en Roma más extraordinarios. Nuestra atención aumenta cuando aprendimos que el Papa siguiente, Papa Urbano VIII, no sólo prohibió todas las copias de la Verónica, sino también ordenó la destrucción de todas las copias hechas en los ultimos años. Bajo su pontificado resulta escrita la “Relatione historica” iniciada alrededor del año 1640 y acabada después de la muerte del Papa, con la lectura y autenticación notarial en 1646.

    Llega a ser más consistente la suposición que el Velo fue robado en los tiempos del Papa Paulo V y trasladado a Manoppello. No resulta con certeza si el soldado encarcelado en Chieti y marido de la mujer que vendió el Velo con el Rostro de Cristo al doctor De Fabritiis, es el mismo ladrón que robó la sagrada reliquia en Roma. Después Papa Urbano VIII pudo enterarse de la desaparición de la Verónica porque tan solo así resultan explicables sus disposiciones. La presencia en Roma de muchos pintores autores de copias de la Verónica y la orden del Papa de destruir todas esas copias posible de hallar, acrecen nuestra sospecha. En 1618 el archivista y canónico de San Pedro, Jacopo Grimaldi, cataloga todos los objetos transalados al archivo y que antes estaban en la basílica de San Pedro en el Vaticano; entre ellos también el relicario de la Verónica y escribe que “los vidrios resultan rotos, probablemente por culpa del descuido de los custodes”. Este relicario del año jubilar 1350 aún está guardado y puede ser admirado en el tesoro de San Pedro. Desde todas estas fechas, observaciones y realidades llegamos a una sola conclusión; es decir al robo del Velo de la Verónica sacado con fuerza desde su relicario.

    (**)
    Entonces vamos a leer con nueva comprensión el paso en la “Relatione historica” que se refiere a la acción criminal del soldado de Manoppello: “Entró violentamente en casa de Leonelli y tomó como parcela hereditaria la S.S. Imagen.” En efecto este paso se refiere al Archivo de San Pedro o a la capilla de la Verónica en lugar de la casa Leonelli. Con los trabajos en ejecución, siempre hay las mejores opurtunidades de robar un objeto de gran valor.
    La “Relatione historica” afirma claramente que la acción violenta de Pancrazio Petrucci, marido de Marzia Leonelli, dañó el Velo “despues de haberla agarrada con la furia y la violencia típicas en los soldados en similares ocasiones no la replegó y guardó con el cuidado y respeto que una cosa tan milagrosa y divina necesitaba, sino totalmente maltratada y mal replegada la llevó a su casa y allí la conservó a lo largo de muchos años con tan poca reverencia y estimación….(rel. hist. Arch. d. Prov. Cap., p.17 s.).
    Tal descripción del objeto gastado puede ser entendida como el resultado del gesto violento que estrelló y quebró el relicario de la Verónica. Si miramos con atención el Velo, podemos constatar que un pedacito de vidrio se ha quedado encolado: ésto significa que no pudieron arrancar el Velo sin romper el cristal e incluso un pedacito de vidrio permaneció sobre el orillo inferior del tejido. El mismo archivista es el autor del “Opusculum de Sacrosancto Veronicae Sudario” escrito en el mismo año 1618, si la fecha no fue falsificada posteriormente. Los ultimos tres signos de los números romanos, en efecto, pueden haber sido añadidos o por lo menos los últimos dos que están escritos en el borde, al contrario los otros signos están en el frontispicio del manuscrito que hoy en día está guardado en el archivo de los Canonicos de San Pedro. Así, con toda probabilidad, cambiaron MDCCXV con MDCCXVIII. En el mismo frontispicio hay un dibujo, hecho por mano de Grimaldi, de la Verónica en su relicario todavía no roto que corresponde exactamente con el Santo Rostro de Manoppello; sea en los ojos abiertos que miran ligeramente hacia arriba y un poco oblicuamente, sea en los cabellos largos y los cortos pelos de la cara, sea en la boca semi-abierta, sea en el aspecto del Rostro.

    Heinrich Pfeiffer *

    * Padre Jesuita, profesor titular de historia de arte Cristiano en la Pontificia Universidad Gregoriana de Roma. Director del Curso para los Bienes Culturales de la Iglesia y perito en la iconografía oriental y occidental.

    ** H. Pfeiffer en una teletrasmisión italiana


  10. Geschichte

    by admin
    Eine Darstellung nach historischen Zeugnissen
    von Pfr. Josef Läufer

    Das kostbarste Christusbild, der Volto Santo von Manoppello, blieb bei dem Bilderstreit im 8. Jahrhundert wie durch ein Wunder vor der Zerstörung bewahrt. Doch damals wurden vermutlich wichtige historische Quellen vernichtet, die für eine lückenlose Darstellung der Geschichte des Volto Santo notwendig waren. So bleiben bei der abenteuerlichen Geschichte dieses Bildes notgedrungen einige Lücken. Dennoch lassen sich mit Hilfe der noch vorhandenen Quellen im Gestrüpp der Legenden, die sich um dieses Bild gerankt haben, die wichtigsten Stationen seiner Geschichte klar skizzieren. Es handelt sich ja schließlich nicht um ein legendares Bild, sondern um ein real vorhandenes, das von jedem aus nächster Nahe betrachtet werden kann in der Klosterkirche von Manoppello (Italien). Es ist ein einzigartiges Bild, das seinesgleichen in der Welt sucht und den Wissenschaftlern aller Disziplinen bis heute große Rastel aufgibt.

    Eine erste historisch sichere Erwähnung dieses Bildes stammt von dem Geschichtsschreiber Evagrius Scholasticus. Er schreibt im Zusammenhang mit der Belagerung von Edessa durch die Perser im Jahre 544: „Als sie keinen Rat mehr wussten, brachten sie das von Gott erschaffene Bild herbei, das nicht von Menschenhand gemacht wurde…”. Woher man dieses „von Gott erschaffene Bild“ hatte, schreibt er nicht. Spätere Legenden berichten, dass ein Bischof 544 aufgrund eines übernatürlichen Hinweises in der Stadtmauer von Edessa „das von Gott erschaffene Bild“ von Christus und „ein weiteres Abbild des Bildes“ entdeckt hat. Nach einer anderen Überlieferung soll man es bereits bei Aufbauarbeiten nach einer großen Überschwemmung im Jahre 525 gefunden haben, wie der byzantinische Historiker Prokop von Caesarea berichtet. Wie dies auch genau gewesen sein mag, so ist dennoch historisch erwiesen, dass man damals hatte, von denen man glaubte, dass das zweite ein Abdruck des ersten war. Diese Bilder erlangten damals schon solche Bedeutung, dass Kaiser Justinian (527 – 565) dafür eine bei der Überschwemmung (525) zerstörte Kirche wieder aufbauen ließ. Zur Einweihung wurde der Hymnus „Sukitha“ auf die Kathedrale von Edessa gedichtet. Wörtlich heißt es darin: „Geprägt ist der Marmor durch das Bild, das nicht von Händen (gemacht) ist“. Dr. Martin Illert halt dies für die älteste historische Erwähnung des „nicht von Menschenhand gemachten“ Bildes. Das zweite, das „Abbild des Bildes“, ist vermutlich das heutige Grabtuch von Turin. Denn darüber wird in der „Narratio de imagine edessina“ gesagt, dass es „zum Glück bis jetzt sicher in Edessa erhalten blieb“. Es war nachweislich auch bis 944 in Edessa und wurde damals feierlich nach Konstantinopel überführt, wie Gregor der Referendar in seiner Predigt vor dem im kaiserlichen Palast in Konstantinopel aufgestellten Bild gehalten hat. Prof. Heinrich Pfeiffer halt diese Predigt als einen der wichtigsten Texte fur die Überführung des Turiner Grabtuches nach Konstantinopel. Das andere Bild (s. Bild Nr. 4) kam vermutlich um 560 nach Kamulia. Wie, ist nicht bekannt. Zwei sog. Kamulia – Legenden berichten darüber, was sich aber historisch kaum verwerten lässt. Doch historisch sicher ist, dass es im Jahre 574 von Kamulia nach Konstantinopel gebracht wurde, wie der Geschichtsschreiber Kedrenos schreibt: „Es kam das nicht von Menschenhand gemachte aus Kamulia, einem Flecken Kapadoziens “. Später wurde dieses Bild immer wieder erwähnt und besungen. So schreibt z. B. Simoka.tt.es 586: „Seit Alters und bis auf unsere Zeit gilt, dass göttliche Kunst es gebildet, nicht eines Webers Hände es gewirkt noch eines Malers Paste es gefärbt hat“. Und der Dichter Georgios Pisides schwärmt 622 in einem Gedicht vom Schweißtuchbild: „als anfanglos – nicht ging’s aus Kunst hervor; als unaussprechlich – ohne Pinsel wird’s gemalt“. Ja, weil dank dieses Bildes im Jahre 544 Edessa vor der Eroberung durch die Perser bewahrt blieb, galt es als Schutzpanier in Kriegen. So berichtet Simokattes 622 von Kaiser Herakleios: „…und im Vertrauen auf das gottgezeichnete Urbild begann er die Kampfe“.

    Auch wurde dieses Wunderbild seit der Mitte des 6. Jh. bildlich dargestellt. Im Jahre 570 schenkte Kaiser Justin II. Papst Johannes III. ein Reliquienkreuz, dessen Christusmedaillon dem heutigen Volto Santo von Manoppello gleicht. Es wird heute noch in der Schatzkammer des Vatikans aufbewahrt. Auch eine Vase aus jener Zeit, mit diesem Christusbild verziert, befindet sich heute im Louvre von Paris. Ebenso wurden Gemälde nach z. B. die Christusikone im Katharinenkloster am Sinai (s. ist somit eindeutig erwiesen, dass der heutige Volto Santo von Manoppello jenes Tuchbild ist, das man 54 in Edessa gefunden hat und das dann über Kamulia nach Konstantinopel kam. Dort blieb es aber nicht lange. Vor Ausbruch des Bilderstreites wurde es um 700 auf bisher unbekannten Wegen nach Rom gebracht. Bei der Begründung der Bilderverehrung spielte es jedoch eine entscheidende Rolle. So begründete z. B. Papst Gregor II. in einem von ihm veranlassten Brief an Kaiser Leon die Bilderverehrung mit dem Hinweis auf „ das nicht von Händen gemachte Bild“ Christi. Er mochte sagen: Wir handeln damit nicht gegen das alttestamentliche Bilderverbot. Sondern Christus selbst empfiehlt uns Bilderverehrung, weil er uns sein Antlitz auf wunderbare Weise hinterlassen hat. Mit der gleichen Argumentation begründete der Metropolit Andreas von Kreta (660 – 740) die Bilderverehrung mit dem Hinweis auf „das verehrungswürdige Bild unseres Herrn Jesus Christus, das ein Abbild seiner Körperlichkeit ist“. Er verweist wohl auf das Turiner Grabtuch, das damals noch in Edessa war, wenn er von einem „Abbild seiner Körperlichkeit“ spricht.

    Seit 753 ist das „nicht von Menschenhand gemachte“ Christusbild in Rom öffentlich bekannt. Es wurde in der Hauskapelle des Papstes Sancta Sanctorum beim Lateran aufbewahrt. Papst Stephan II. trug es durch die Straßen Roms (9). Immer wieder wird es erwähnt oder bildlich dargestellt. So kannte es der Maler des leeren Grabes im Salzburger Perikopenbuch (um 1020). Er war überzeugt, dass das Antlitz auf dem Schweißtuch im leeren Grab entstanden ist. Auf dem Bild lasst er ein Stuck des Tuches über den Rand herunterhangen, worauf das Antlitz zu sehen ist. Im Jahre 1143 wird das Schweißtuch erstmals „Veronika“ bezeichnet. Man wollte mit dieser Bezeichnung. Ikonographisch „nicht von Menschenhand gemachte“ Christusbild mit dem Bild der Veronika am Kreuzweg (Link Schweißtuch der Veronika), wonach Jesus sein Gesicht auf einem von einer Frau gereichten Leinentuch abgebildet haben soll, als er sein Gesicht damit abtrocknete. Wer jedoch das Schleiertuch von Manoppello sieht, merkt gleich, dass dies kein Leinentuch ist, wie es Frauen als Kopftuch trugen, sondern ein Muschelseidentuch, mit dem man das Gesicht nicht abtrocknen kann. Doch die bildlichen Darstellungen seit dem 12. Jh. zeigen das Gesicht Jesu auf einem dünnen Schleiertuch, dem Volto Santo ähnlich, das aber von einer Frau getragen wird, zunächst ohne Dornenkrone, später mit Dornenkrone auf Leinentuch gemalt. Das Gesicht aber ähnelt immer dem heutigen Volto Santo, ein ikonographischer Beweis, dass dieser die frühere „Veronika“ von Rom ist. Auch unzählige Gemälde des Mittelalters belegen dies. Diese Verwechslung mit der Veronika am Kreuzweg muss spätestens beendet worden sein, als man den Veronikapfeiler im Petersdom als Aufbewahrungsort für die „Veronika“ gestaltete. Denn das Schleiertuch wird darauf nicht mehr von einer Frau, sondern von einem Engel gehalten, wie auch schon auf früheren Gemälden. Man mochte wohl damit sagen, dass dieses Tuchbild „nicht von Menschenhand gemacht“ ist, wie es seit 550 ununterbrochen bezeichnet wurde.

    Dieses „wahre Bild Jesu“ kam aber nie in diesen Veronikapfeiler hinein. Als man es übertragen wollte, war es verschwunden. Um kein Aufsehen zu erregen – immerhin galt es fast 900 Jahre lang als die kostbarste Reliquie der Christenheit – übertrug man ein anderes Bild, das vermutlich bis heute im Veronikapfeiler aufbewahrt und nur noch selten vom Balkon herab gezeigt wird. Auch gibt es keine aktuellen Bilder davon. Untersuchungen waren angebracht, um diese offenkundige Täuschung zu klaren. Dass es nicht die „Veronika“ (= wahres Bild Christi) ist, wird schon dadurch deutlich, dass der Papst im Jahre 1574 durch einen Herrn Dottore Rozzi überall nach der „Veronika“ suchen ließ (s. P. Badde S. 139), leider erfolglos. Sie muss also damals schon abhandengekommen sein. Man vermutet heute, dass sie während oder kurz vor dem Sacco di Roma 1527 in Sicherheit gebracht worden ist. Papst Urban VIII. startete im Jahre 1628 eine erneute Suchaktion. Er erließ ein Edikt, wonach alle Kopien der Veronika zur Überprüfung abgegeben werden müssen. Er tat dies vermutlich in der Absicht, dadurch die echte Veronika wieder zu bekommen, was allerdings auch erfolglos blieb.

    Dafür tauchte in dem kleinen Dorf Manoppello in den Abruzzen bei Pescara ein Schleierbild auf, über das Pater Donata da Bomba am 06. 04. 1646 folgende Dokumentation schrieb und sie beeidigen ließ: „Im Jahre 1506 befand sich, an einem Sonntagnachmittag, Doktor Giacomo Antonio Leonelli, ein Physiker und Gelehrter der Freien Künste, auf dem Platz vor der Kirche des Hl. Nikolaus von Bari in Manoppello, als sich ihm ein Unbekannter näherte, der ihm etwas Verpacktes überreichte und ihm empfahl, es mit Verehrung aufzubewahren, weil es sich um eine sehr kostbare Sache handle. Dr. Leonelli entfernte die Umhüllung und hielt das Schleierbild in Händen. Er sah auf, um den Unbekannten um Auskunft zu bitten, was das für ein Bild sei, doch zu seiner Verblüffung war der Unbekannte spurlos verschwunden. Dr. Leonelli ließ diesen überall suchen, jedoch ohne Ergebnis. Der mysteriöse Unbekannte war und blieb unauffindbar. Spater meinten die Leute, es könne nur ein Engel gewesen sein, denn nur diese seien imstande, sich im Augenblick zu dematerialisieren“. Dieses Schleierbild blieb dann über 100 Jahre in Privatbesitz, bis es ein Herr Dr. Antonio Fabritijs im Jahre 1638 den Kapuzinern schenkte. Heute wird es in einer Monstranz zwischen zwei Glasscheiben auf dem Hochaltar ausgestellt und kann von jedermann betrachtet werden. Bis vor kurzem war es fast unbekannt und wurde nur in der naheren Umgebung von Manoppello verehrt.

    Dies änderte sich, als im Jahre 1991 Prof. Heinrich Pfeiffer in diesem Schleierbild die verloren geglaubte Veronika von Rom wieder entdeckte und dies in seinem Buch begründete. Als erster Papst hat Benedikt XVI. am 1. Sept. 2006 eine Wallfahrt nach Manoppello gemacht und mit über 5000 Pilgern eine Feierstunde vor dem Volto Santo gehalten. Er ist gewiss der Überzeugung, dass der „Volto Santo“ das wahre Bild Jesu, die „Veronika“ von Rom ist. Aber er hat offiziell damals nichts dazu gesagt, sondern die nahere Prüfung den entsprechenden Fachleuten überlassen.

    Solche Untersuchungen haben inzwischen auch stattgefunden, im Januar 2007 durch Prof. Fanti, der von einigen Stellen des Bildes Fotos bis zu 200-facher Vergrößerung machte. Diese zeigen eindeutig, was man schon mit bloßem Auge sehen kann, dass zwischen den dünnen Faden keine Farbe aufgetragen ist. Zur Gegenprobe ließ man das Schleiertuch im April 2007 untersuchen durch Herr Prof. Pietro Baraldi von der Universität Modena. Die Untersuchung wurde mit einem Ramanmikroskop durchgeführt, mit dem man verschiedene Materialien optisch wahrnehmen kann. Es wurde nichts festgestellt außer Muschelseide. Dies beweist wissenschaftlich, dass das Antlitz auf dem Schleiertuch nicht mit Farbe gemalt ist, was man schon im Jahre 550 nach der Auffindung mit dem Begriff „nicht von Menschenhand gemacht“ sagen wollte. Damit ist die Identität des Volto Santo mit jenem Schleierbild von Edessa nicht nur ikonographisch aufgezeigt, sondern auch naturwissenschaftlich nachgewiesen. Dies gilt, auch wenn historisch nicht klar ist, wie es von Konstantinopel nach Rom und von Rom nach Manoppello gekommen ist.

    Doch die Frage bleibt: Wie kam dieses Tuchbild nach Edessa zu König Abgar und woher stammt es Evagrius Scholasticus bemerkt 594 dazu, dass es jenes Bild ist, „das Christus, unser Gott, dem Abgar schickte, als dieser ihn zu sehen begehrte“. Er identifizierte damit das Edessabild mit dem sog. Abgarbild, das sein Bote Ananias von Jesus malte, als er ihm einen Brief des Königs überbrachte, wie es erstmals die „Doctrina Addai“ erwähnt. Von einer wunderbaren Entstehung ist da aber noch nicht die Rede. Der Geschichtsschreiber Eusebius, der Briefe des Königs Abgar an Jesus im Archiv von Edessa gefunden hat und sie abschrieb, weiß im Jahre 325 noch nichts von einem Bild Jesu und ebenso nicht die Pilgerin Egeria 384. Sie galten wohl damals als verschollen. Nachdem Evagrius das wunderbare Bild von Edessa aber mit jenem angeblichen Bild des Ananias gleichsetzte, musste man nun erklären, wie jenes Bild zustande kam. Man dachte wohl: Wenn das vorliegende Bild „nicht von Menschenhand gemacht“ ist, muss jenes auch auf wunderbare Weise entstanden sein. Und so begann die Legendenbildung, wie es in den Thaddausakten (um 630) erstmals heißt, dass das Antlitz sich auf dem Tuch abgebildet habe, als Jesus sein Gesicht damit abgetrocknet hat. Spätere Legenden wie die „Narratio de imagine edessena“ (um 944) und die „Epistula Abgari“ (1032) wiederholen dies. Doch wenn es ein solches Bild von Jesus jemals gegeben haben sollte, was sich historisch nicht belegen lasst, dann ist es von Ananias, also von Menschenhand, gemalt worden auf Papier oder Leinentuch zu Lebzeiten Jesu und hat somit nichts zu tun mit dem „von Gott erschaffenen“ Edessabild.

    Wie aber kam jenes nach Edessa So ganz orientierungslos sind wir auch hier nicht fur die Zeit vor 544. Denn es gibt Christusbilder in Rom, die bereits aus dem 3. und 4. Jh. stammen und ganz dem heutigen Volto Santo ähnlich sind. Wurden diese nach einem Modell von jenem „Urbild“ gemalt, vom dem Bischof Irenaus (s. Bild Nr. 19) bereits um 200 berichtet, „…dass Christusbilder angefertigt werden und dass dies nach einem Modell geschehe, das noch zur Zeit des Pilatus in Jerusalem hergestellt worden sei“. 0der war das „Urbild“ selbst damals in Rom?.

    Dies scheint unwahrscheinlich. Eher konnte es so gewesen sein: Nach der Himmelfahrt Christi bewahrte Maria das Schweißtuch Jesu bei sich in Jerusalem auf, wie ein Text aus Tiflis bezeugt. Nach ihrem Tod (nach 50) brachte es vermutlich der Apostel Judas Thaddäus oder Thomas nach Edessa zu König Abgar, wie es auch später in der Hand byzantinischer Könige war. Bei einer Belagerung der Stadt wird es zur Sicherheit in der Stadtmauer versteckt und blieb hernach verborgen, bis es 525 nach einer Überschwemmung oder 544 auf göttlichen Hinweis durch einen Bischof wieder entdeckt wurde. So berichtet es die „altrussische Lukaslegende“. Was daran historisch wahr ist, lasst sich aber nicht mehr feststellen.

    Doch wie es auch gewesen sein mag: Das Schweißtuch Jesu mit seinem Antlitz darauf kam irgendwie und irgendwann vor 544 von Jerusalem nach Edessa. Somit deutet alles darauf hin, dass dieses „nicht von Menschenhand gemachte“ Bild jenes „Schweißtuch“ (= sudarium) ist, das Petrus und Johannes am Ostermorgen im leeren Grabe fanden. Historisch oder wissenschaftlich beweisen lässt sich dies allerdings nie. Dazu brauchte man ein originales Foto von Jesus, um es mit dem Volto Santo vergleichen zu können oder DNA Spuren, die man mit den Blutspuren auf dem Turiner Grabtuch vergleichen konnte. Denn nachweislich ist das Antlitz Christi auf beiden Tüchern zur gleichen Zeit entstanden, da sie in allen Ausmaßen deckungsgleich sind, also zwei verschiedene Bilder vom gleichen Gesicht. Doch die vielen aufgezeigten ikonographischen Hinweise und die noch vorhandenen historischen Quellen, die den geschichtlichen Weg des Volto Santo fast lückenlos bis ins leere Grab weisen, sind dem Gläubigen Beweis genug, im Bild auf dem Volto Santo das wahre Antlitz Jesu zu sehen. Und weil Er „das Ebenbild des unsichtbaren Gottes“ ist (Kol 1, 15) dürfen wir darin mit Papst Benedikt XVI. auch das „menschliche Antlitz Gottes“ erkennen.